La Grande Scommessa: recensione film

UN CAST STELLARE RACCONTA LA CRISI ECONOMICA PREVISTA DAGLI “OUTSIDERS”

GElocandinaNERE: biografico, drammatico

DURATA: 130 minuti

USCITA IN SALA: 7 Gennaio 2016

VOTO: 5 su 5

Acclamato in ogni manifestazione a cui abbia partecipato, attorniato fin dalla sua iniziale produzione di una curiosità impellente, lodato immediatamente dalla critica, finalmente arriva anche in Italia, La Grande Scommessa, film sulla crisi finanziari che ha colpito drammaticamente il mondo nel 2007-2008. Tratto dal libro di Michael Lewis, che firma anche il soggetto del film, The Big Short: Inside the Doomsday Machine (Il Grande Scoperto, da noi), la pellicola è prodotta dall’ormai “consueta” Plan B Entertainment di Brad Pitt, che figura altrettanto solitamente anche nel cast, il quale aveva già lavorato con uno degli scritti dell’autore/saggista/giornalista statunitense, ne L’Arte di Vincere (Moneyball)  di Bennett Miller.

La Grande Scommessa colloca temporalmente l’inizio del proprio svolgimento narrativo due anni prima dello scoppio della crisi finanziaria, ovvero nel 2005, quando Michael Burry, un eccentrico manager di un fondo speculativo, si rende conto dell’eccessiva instabilità del mercato immobiliare statunitense. Un mercato, questo, che nell’ambiente viene considerato in maniera diametralmente opposta, quindi più sicuro che mai. Perciò, quando Burry avvia una CDS (credit default swap, ossia una “swap” che ha la funzione di trasferire il rischio di credito), “scommettendo”, di fatto, contro di esso, le banche accettano molto favorevolmente la sua proposta. Burry ha infatti previsto addirittura quando la crisi del mercato immobiliare avverrà: quei due anni nel corso dei quali, però, le ire dei suoi capi e dei suoi finanziatori, che non credono ai suoi calcoli, si faranno pressanti. Gli unici ad incappare, quasi fortuitamente, nella sua teoria, e a crederci fortemente (e quindi imitandolo nella “scommessa”), sono altri due gruppi di persone: uno formato dall’investitore Jared Vennett, che a sua volta coinvolge l’integerrimo e onestissimo operatore finanziario Mark Baum, insieme al suo team; l’altro vede la collaborazione tra due giovani “novellini”, Charlie e Jamie, e quella del banchiere (e complottista) in pensione, Ben Rickert.

Il cast è, come saprete, di quelli stellari. Come dice il personaggio di Ryan Gosling a inizio film, tutti loro dovrebbero intepretare dei “nerd”, degli emarginati, degli outsiders, eppure sentendo i nomi in gioco, tra divi del calibro del premio Oscar Christian Bale o dello stesso protagonista di Drive, chi ci crederebbe, direte voi (forse l’unico azzeccato, in questo senso, è l’ex-40 anni vergine, Steve Carrell, che però, probabilmente per questo, fa un ruolo “diverso” da tutti gli altri) ?  Sta tutto qui il primo grande pregio del film: Adam McKay dirige il suo cast in maniera convincente e, così, soprattutto credibile. L’eccezionale  prova degli attori diventa fondamentale, sempre in bilico tra un ricercato realismo e un’avvincente e fresca teatralità, dove ognuno fa la sua parte, da entrambi i punti di vista. Sintesi di questo discorso è il personaggio di Brad Pitt, che regala un’interpretazione costantemente al limite tra l’irriverente e il moralmente inflessibile. Tutta la Grande Scomessa, d’altro canto, è una parata di di stelle, del grande schermo (Marisa Tomei, per dirne un’altra) e della tv, con la spassosa presenza, tra i tanti, di Max Greenfield (New Girl) e Karen Gillian (Doctor WhoI Guardiani della Galassia).

Se già nella nostra sinossi avrete notato un paio di tecnicismi, sappiate che è giusto un assaggio rispetto alla caterva di informazioni dispensate nel corso del film. Un tema ostico, potenzialmente rischioso per la soglia di attenzione dello spettatore, perfettamente aggirato dall’abile scrittura dello stesso Adam McKay e del suo collaboratore Charles Randolph, che sembra quasi far invidia ad Aaron Sorkin (il quale, non a caso, aveva trasposto proprio il precedente romanzo di Lewis, Moneyball, che a livello di linguaggio tecnico non era tanto da meno). L’attenta e puntigliosa ricostruzione dei fatti si mischia infatti, alquanto coraggiosamente, col meta-cinema: lo fa, giocando deliziosamente coi rigidi codici narrativi, non facendo altro che coinvolgere il fruitore, parlandogli “a quattrocchi”, rendendolo partecipe, quasi “istruendolo”; un divertissement che si palesa con lo stratagemma, geniale, di far spiegare i concetti meno familiari tramite cameo di personaggi famosi come Margot Robbie e di Selena Gomez, (a proposito della “parata di stelle”), che interpretano loro stesse.

Il racconto che si dipana per La Grande Scommessa diventa perciò un discorso estremamente diretto con lo spettatore, tanto che sembra quasi di sapere di stare assistendo ad una ricostruzione fittizia, che acquista però realismo grazie alla già citata prova attoriale, in primis, e alla messa in scena, votata fin da subito all’intrattenimento puro (edificante solo sottilmente, mai fastidiosamente didascalico). Il tono, infatti, è l’altro elemento su cui la pellicola funziona in piena linea, e, dopotutto, se si scorre la filmografia di McKay, si evince che la comicità la fa da padrone (regista di Ricky Bobby, tra gli sceneggiatori del recente Ant-Man). Un’ironia, però, visto il disastro finanziario che circonda come un lugubre presagio l’intero film, decisamente “nera”. Sta qui il vero e acuto paradosso della pellicola, perché per tutta la sua durata lo spettatore si ritrova a tifare per i protagonisti, per poi tornare coi piedi per terra quando, insieme agli stessi personaggi, punzecchiati dal navigato Ben Rickert/Brad Pitt, ci si rende conto che se loro vincono, tutto il mondo perde. Il riquadro del mondo finanziario e di quello bancario (e di chi lo manipola dall’alto), fino a quel momento satirico e beffardo, si fa violentemente impietoso e perlopiù amaro; un passo necessario, che pone il lavoro di McKay tra i più riusciti dell’anno, per ora, e probabilmente, in futuro, tra quelli che meglio saranno riusciti ad inquadrare l’intero decennio, ormai già storia.

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