Brooklyn: recensione

L’ELEGIA DI JOHN CROWLEY SU UNA GIOVANE IRLANDESE IMMIGRATA A NEW YORK, DIVISA TRA L’AFFETTO PER IL SUO PASSATO E LA VOGLIA DI VIVERE IL SUO FUTURO

Brooklyn locandinaGENERE: drammatico
DURATA: 113 minuti
USCITA IN SALA: 17 marzo 2016
VOTO: 3 su 5

Irlanda, 1952. Eilis Lacey è una giovane ragazza nata e cresciuta in un piccolo paesino con la madre e la sorella. Quest’ultima, ben sapendo che per Eilis non c’è futuro in patria, riesce a mandarla a New York grazie all’aiuto e al sostegno di un prete suo amico. Una volta giunta nella Grande Mela, la ragazza deve affrontare l’iniziale e corrosiva nostalgia di casa, che rischia a poco a poco di rendere vano ogni sforzo fatto per arrivare dov’è ora. Fino a quando non incontra Tony, idraulico di famiglia italiana con il quale inizia una relazione sincera e profonda. Ma per un lutto improvviso, la ragazza deve tornare in Irlanda, dove inizia ad accorgersi che, forse, il luogo dov’è nata e cresciuta non le è necessariamente ostile.

Partendo dall’omonimo romanzo di Colm Tóibín, Nick Hornby concepisce la sceneggiatura di Brooklyn, film diretto da John Crowley. Come per Wild (pellicola di Jean-Marc Vallée), anche in quest’occasione Hornby tratteggia un personaggio femminile in cerca di riscatto da una vita che sembra votata alla miseria e all’infelicità. Il mezzo è sempre il movimento, lo spostamento verso un luogo altro presso cui si tenta di realizzarsi e di dare un senso di completezza al proprio io.

Il personaggio di Eilis (ben interpretato dalla candidata all’Oscar Saoirse Ronan), a differenza di quello di Cheryl, è quello di un’eroina umile e dimessa, che avanza timidamente a piccoli passi nel Nuovo Mondo dove cerca a capo chino di trovare il proprio posto. Anche se la protagonista è una figura all’apparenza gracile e indifesa, sono il suo animo e la sua forza interiore a farla assurgere al ruolo di eroina romantica, vessata dalle difficoltà e dai problemi incontrati nel suo cammino che non riescono a spezzare però la sua tempra.

Attorno a questo personaggio, puro e semplice nel suo rapportarsi con il mondo, Hornby tesse con la sua solita bravura e precisione un racconto fatto a sua misura, costituito per l’appunto di cose semplici, dove la protagonista soffre nel sognare una vita tutto sommato “normale”, aspirando a piccole conquiste rese ancor più desiderabili dalle difficoltà che deve patire.

Crowley dirige un film che non sorprende per intenzioni e forma, intagliandolo come un’elegia: elegia nel senso più letterale del termine, ossia quello di un componimento dal tono meditativo e malinconico, di compianto per una condizione d’infelicità di varia origine, quale può essere la morte o la lontananza di persone care. Eilis affronta per tutto il film un tale soffocamento dovuto a una mancanza, dapprima riguardante il suo Paese d’origine, l’Irlanda, e in seguito il suo Paese di adozione, gli Stati Uniti. A tale malessere, però, fa da contrappeso una graduale presa di coscienza della sua identità legata al tipo di rapporto che riesce a instaurare con il luogo nel quale si trova.
Il cromatismo del film la accompagna in questo climax: dai colori freddi della “prima Irlanda” si arriva mano a mano a delle tonalità più calde, che troviamo nella New York che l’ha accolta e poi nella patria che l’ha ritrovata.

Se le premesse e l’impianto generale di Brooklyn sembrano dunque sorreggere l’architettura di un infiammato melodramma, è sul finale che le intenzioni di Hornby e Crowley vanno però leggermente a perdersi. La profonda scissione che squarcia in due mente e cuore di Eilis viene in ultima battuta risolta con un rapido e improvviso mutamento d’opinione, quasi una cesura, che lascia in sospeso dinamiche ed evoluzioni che avrebbero invece giovato per un ulteriore e necessario sviluppo della psicologia del personaggio.

Ma alla fine, ciò che rimane di questo Brooklyn è la semplicità con la quale si racconta la Grande Storia attraverso una piccola: condita di soliti cliché e abusati luoghi comuni, la pellicola rappresenta un ennesimo tentativo di offrire un tributo a tutti coloro che, provenienti da luoghi lontani, hanno contribuito a rendere gli Stati Uniti il Paese che è oggi. Persone che hanno sofferto per ciò che si sono lasciati alle spalle, che hanno versato lacrime e recitato preghiere per le proprie radici ormai lontane, trovando comunque la forza di piantarne di nuove per ricominciare a crescere rigogliose.

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