La corte: recensione

FABRICE LUCHINI NEI PANNI DI UN UOMO CHE RISCOPRE SE STESSO GRAZIE ALL’AMORE

La corteGENERE: commedia

DURATA: 98 minuti

USCITA IN SALA: 17 febbraio 2016

VOTO: 3,5 su 5

Michel Racine è il temuto Presidente di una corte di assise. È molto severo con sé stesso e con gli altri, tanto da essere soprannominato “il giudice a due cifre”, perché le sue condanne non sono mai inferiori a dieci anni. Eppure qualcosa cambia con l’arrivo, anzi la ricomparsa, di una donna, Ditte Lorensen – Coteret. I due si sono infatti conosciuti sei anni prima, e Racine si era subito innamorato di lei. Ora, Ditte fa parte della giuria in un processo per omicidio presieduto proprio da Racine.

Il numero per definire il film La corte, scritto e diretto da Christian Vincent, potrebbe essere il 2: due protagonisti a spiccare fra una schiera ben più folta di personaggi (in gran parte attori non professionisti), eppure ognuno ben caratterizzato e al quale vengono dati tempo e occasione di parlare di sé; due location, dentro e fuori la corte d’assise, luogo, quest’ultimo, in cui svolge la maggior parte del film; quindi due linee narrative, quella che si svolge in aula che segue l’andamento di un processo in cui un padre è accusato di aver ucciso a calci la sua bambina, e la vicenda privata del presidente della corte d’assise; due generi, quello più propriamente drammatico-giuridico, che si intreccia a quello romantico, caratterizzato da una storia d’amore che porta anche a mettere in luce i due lati dell’animo dello stesso giudice, da una parte duro e sgradevole, dall’altra sensibile e poetico.

Con Ditte in giuria (un’ottima Sidse Babett Knudsen) Racine rischia di perdere il suo equilibrio: come comportarsi in pubblico se la presenza della donna lo emoziona? Come evitare di guardarla e come non lasciarsi distrarre da un caso che tutto è tranne che semplice? Proprio lui, Fabrice Luchini, è la grande rivelazione e potenza del film. L’attore francese, vincitore proprio per questa interpretazione della Coppa Volpi 2015, riesce a incarnare perfettamente quest’animo sgradevole in pubblico e forzatamente solitario nella vita, alla conquista del suo amore.

Luchini riesce a passare da sguardi ed espressioni al limite dell’antipatia quando indossa l’ermellino (titolo originale del film L’Hermine), a mostrare il suo personaggio in tutta la sua debolezza, mettersi a nudo, così come si sveste dell’abito da lavoro, per dichiararsi a Ditte in modo emozionante ed estremamente poetico, passando talvolta per momenti divertenti.

Presentato durante l’ultima Mostra del Cinema di Venezia, La corte è stato premiato anche per la Miglior sceneggiatura. La scrittura più che meritevole del premio presenta momenti di grande emozione e argomentazioni che sono delle vere lezioni di vita, regalandoci parole su cui riflettere.

 

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