10 Cloverfield Lane: recensione

IL PROGETTO SEGRETO DI ABRAMS GIOCA COL GENERE E STRAVINCE

cloverfield-laneGENERE: thriller, fantascienza

DURATA: 1 ora e 46 minuti

USCITA IN SALA: 28 Aprile 2016

VOTO: 4 su 5

Nel 2008 Cloverfield si faceva notare, molti mesi prima della sua uscita in sala, per una campagna virale sul web che ha già fatto storia, precursore quindi dello sfruttamento della rete e del suo stretto rapporto col pubblico in chiave marketing e in pieno stile J.J. Abrams. In maniera però totalmente inversa arriva 10 Cloverfield Lane, annunciato a sorpresa, insieme al film di Michael Bay 13 Hours: The Secret Soldier of Benghazi, a Gennaio, ossia solo due mesi prima dell’uscita americana (a Marzo).

Girato perciò in “segreto” nell’arco di un mese a fine 2014 (Abrams non è nuovo a tanta riservatezza, ricordiamo quanto poco si è saputo della trama di Star Wars VII fino alla sua uscita), il film parte dallo script The Cellar (poi Valencia) firmato da Josh Campbell e Matthew Stucken, a cui si aggiunge Damien Chazelle, che una volta giunto tra le mani della Bad Robot di Abrams diventa una sorta di sequel/spin-off di Cloverfield. Ambientato perciò in quello stesso “universo” narrativo, com’è ormai usuale per ogni buon franchise contemporaneo di Hollywood, la pellicola ne condivide comunque l’ispirazione “low-budget” (il film è costato “solo” 15 milioni).

In seguito a un incidente d’auto, una ragazza, Michelle, si risveglia in un rifugio sotterraneo di proprietà di un uomo, Howard Stambler, che le rivela di averle salvato la vita e che l’intera umanità è stata sterminata dopo un attacco batteriologico, ragione per cui non può assolutamente uscire da lì. Insieme a lui vive anche Emmett DeWitt, che ha abbracciato in pieno la causa dell’uomo. La ragazza, non crede alle loro parole, meditando un modo per fuggire.

Va innanzitutto tutto detto che, non solo la storia, ma anche la stessa modalità di ripresa ha poco a che fare con il precedente film del 2008. 10 Cloverfield Lane, pur ispirandosi direttamente al serial tv Ai Confini della Realtà, come conferma lo stesso regista, nasce in fondo da una semplice idea, ossia quella di tre persone costrette a condividere lo spazio di un bunker, con la paranoia che l’esterno sia contaminato da radiazioni che hanno decimato la popolazione, riprendendo la tradizione di film con una sola location (che chiameremmo bottle episode se fosse televisione) come Panic Room o Moon. Esattamente come l’“originale”, quindi, che usufruiva della tecnica del found footage già avviata alla conoscenza della massa da Blair With Project, anche stavolta si prendono le mosse da uno stile ben noto, tentando di offrire al tempo stesso qualcosa di diverso.

Il film di Daniel Trachtenberg, qui al suo esordio dopo essersi fatto notare col suo corto “fan-made” Portal: No Escape sull’omonimo videogame, ha infatti un approccio oltremodo classico al thriller “psicologico” e claustrofobico, nel quale dimostra però una gran consapevolezza del mezzo cinematografico e delle sue potenzialità narrative. Come da tradizione del genere conta sì sul suo linguaggio più che sviscerato, ma avvalendosi fortemente dell’interpretazione del ridotto cast protagonista . Abbiamo così una “final girl” in bilico tra “sindrome di Stoccolma” e desiderio di evasione, che al solito infonde sensualità mista ad immedesimazione massima nello spettatore, interpretata da una Mary Elizabeth Winstead che svolge perfettamente tutte le sue funzioni, regalando anche qualcosa di più. Un cattivo/psicopatico dalla moralità perennemente ambigua, con le sembianze di uno straordinario e perfetto John Goodman, mai così inquietante. Un aiutante “buono” e “puro”, John Gallagher Jr., dalla fine segnata. Un racconto di formazione, in cui la ragazza protagonista acquisisce tutti quegli elementi utili, ora intellettivi ora emotivi, per sopravvivere, fino a diventare una persona diversa, se non migliore, al termine del proprio percorso.

Insomma Trachtenberg fa proprie quelle caratteristi del cinema di Abrams, che non inventa nulla (o quasi) ma gioca con lo spettatore e con il linguaggio cinematografico, e lo fa soprattutto maledettamente bene. Perché 10 Cloverfiel Lane è cinema allo stato puro, dall’uso magistrale degli “effettacci sonori”, nella loro accezione più positiva (per cui consigliamo di vederlo in sala o, al massimo, di munirsi di cuffie durante la visione), dal montaggio funzionalmente rigoroso e asfissiante; dalla location claustrofobica, tra la  botola di Lost, per rimanere in tema, all’arredamento della dimora di V di V per Vendetta, ad una sceneggiatura a volte prevedibile a volte sorprendente, ma sempre attenta e fluida. Per arrivare a un finale totalmente inaspettato, che alza l’asticella del livello qualitativo, non solo visivo ma soprattutto emotivo (che quasi ricorda quello altrettanto inatteso di Safety Not Guaranteed, ma anche di Super 8, sempre restando in tema), senza stonare affatto, ma in linea diretta col percorso personale della protagonista. Tutte caratteristiche che ne fanno un prodotto imperdibile, nonché un memorabile gioiellino del genere, oltre che segnale, si spera, di una brillante carriera per il suo giovane autore.

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