Dogville di Lars Von Trier (2003)

DOGVILLE, LARS VON TRIER E IL SUO CAPOLAVORO

Dogville_5Non vi è porta, non vi è pomello, non vi è cane e nemmeno tempo atmosferico. Eppur il chiudersi della porta si sente, l’abbaiare del cane è più vivo che mai e la pioggia e la neve sfiorano la pelle dando un freddo brivido agli abitanti di Dogville.

dogville_prologue

Dogville è una cittadina di appena 15 anime, neanche il più piccolo tra i quartieri. Un microcosmo negli Stati Uniti degli anni ’30 dimenticato dal mondo. Oramai, nella sua semplice e monotona quotidianità, Dogville ha assunto un ritmo ben instaurato guidato dal lento scorrere di un tempo sempre uguale a se stesso. I suoi abitanti ricoprono un ruolo ben definito all’interno della storia cittadina. A partire da Tom Edison, Jr. giovane integro e pieno di velleità letterarie che si sono espresse nella faticosa e preziosa stesura di sole tre parole, al povero e pieno di rimorsi Ben, allo scontroso Chuck, all’erotica Liz fino allo stupido Bill. La buona volontà  e l’apparente onestà di un vivere pacifico tra le semplicità di una vita genuina viene scossa dall’arrivo di Grace. In fuga da dei gangster, la sensibile e comprensiva Grace trova in Dogville il rifugio perfetto dove potersi rifugiare. Il suo arrivo nella comunità comporterà una fiducia che la giovane Grace non tarderà a conquistare, aiutata anche dall’amore di Tom. Ma la genuinità di una piccola cittadina può rivoltarsi in una valanga di crudeltà?

Scandito da nove capitoli e un prologo, amabilmente narrato dalla calda voce di John Hurt  (nel doppiaggio da Giorgio Albertazzi ndr.), il racconto di Dogville è un apparente scheletro che sprigiona una forza drammatica che ribalta ruoli e posizioni di forza, soverchia la debolezza ridotta a comprensione e mostra la crudeltà  nascosta in ognuno di noi.

Con un cast internazionale Dogville è sicuramente uno dei successi più acclamati e conosciuti del regista danese, girato con macchina a mano interamente in uno spoglio set teatrale dove l’immaginazione è l’unico artifizio ammesso, esso scava nella meschinità dell’animo umano mettendone a nudo il marciume senza risparmiare nessuno. Come le immaginate mura delle case Dogville, invisibili pareti che non coprono mai allo spettatore la meschinità vergognosa del cane-cittadino.

Von Trier aveva già stupito con il suo musical Dancer in the Dark, raggiungendo già vette altissime, ma la sua unica capacità di narrare con sapore sadicamente dolce amaro fa di Dogville un capolavoro conclamato anche agli occhi dei più inesperti.

Immersi in un mondo estraneo a quello reale per tutto il tempo di lavorazione del film, gli attori hanno mostrato un innato talento tra i quali spicca quello di Nicole Kidman, uscita stravolta dalle riprese e ben decisa a non lavorare più con il regista, e quello di un fedele del regista danese, il suo feticcio Stellan  Skarsgard.

Con un’unica grandezza di stile che non si ferma all’eccentricità estetica, Lars Von Trier intrappola lo spettatore in un divertito e crudele gioco delle parti che sorretto da una granitica colonna drammatica riuscirà a cogliere sul fatto anche l’ipocrisia dello spettatore più benevolo.

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