Il ministro: un film di Giorgio Amato

TORNA LA COMMEDIA NERA NEL BEL PAESE CHE NON VUOLE RIFLETTERE

Ministro-locandinaNegli anni ’60 l’Italia veniva messa a nudo dalla cosiddetta “commedia all’italiana” che, però, nel profondo, tanto commedia non era, almeno secondo l’accezione che le diamo oggi. La risata che regalavano i lavori di Monicelli & co. mirava infatti ad avere un retrogusto amaro, se non indigesto per il pubblico dell’epoca, che si ritrovava a guardarsi quasi vergognosamente allo specchio. Oggi il genere dominato dall’esplicito dall’esplicito Checco Zalone, o ancor prima dai goliardici cinepanettoni, non può dirsi certo altrettanto sottile, pur con tentativi impegnati e saltuari di Virzì e Nanni Moretti, mai però del tutto recepiti dal grande pubblico, forse proprio per l’eccesivo intellettualismo messo in scena. Il caso de Il ministro di Giorgio Amato, allora, ambisce più di tutti a raccogliere l’eredità di quella commedia “nera” che tanto divertiva ma al tempo stesso indignava il popolo del Bel paese.

Franco Lucci è un imprenditore sull’orlo della bancarotta. La salvezza della sua società è appesa a un grosso appalto pubblico che potrebbe ottenere grazie all’intervento di un Ministro del quale è diventato amico e che ha invitato a cena. Insieme a Michele, suo socio e cognato, Franco ha organizzato la serata perfetta: oltre a pagargli una cospicua tangente, i due gli fanno trovare una ragazza disposta ad andare a letto con lui in cambio di una raccomandazione. Il tutto sotto gli occhi di Rita, la moglie di Franco, che cerca di assecondare il marito in questo ultimo disperato tentativo di ottenere l’appalto milionario. Ma per colpa della ragazza la serata prende una piega inaspettata.

Il ministro vanta un cast che regge sulla professionalità e bravura di Gian Marco Tognazzi, nel ruolo del protagonista Franco, pur rivelandosi in realtà molto più corale di quel che si possa pensare, grazie anche alla convincente prova degli altri interpreti: Alessia Barella (Rita), Edoardo Pesce (Michele), Ira Fronten (Esmeralda) e soprattutto “il ministro” Fortunato Cerlino. Girato in sole tre settimana, il film è il terzo lavoro del regista e sceneggiatore Giorgio Amato, dopo l’esordio “thriller” di The Stalker e Circuito chiuso.

La pellicola aggira le limitazioni di budget della produzione indipendente con una messa in scena d’impostazione fortemente teatrale, puntando quindi sulla recitazione degli attori, come detto, e sui dialoghi, comici, grotteschi e oltremodo brillanti, colpendo dritto al malcostume sociale dominante nel nostro paese. In sala già dal 5 Maggio, Il ministro, come recita la stessa didascalia d’apertura, non si nasconde affatto dietro una velata satira o cerebrali metafore, ma intende raccontare senza filtri una storia ispirati a fatti che sono “probabilmente accaduti”. Il debito con la commedia all’italiana, quindi, è espresso fin dai suoi presupposti, esplicitato nel finale con la variazione musicale dell’iconica La società dei magnaccioni di Lando Fiorini.

Oltre agli ovvi riferimenti alla cronaca politica-giudiziaria attuale, Amato vuole anche far riflettere sul millenario dilemma dei compromessi derivanti dal potere, che la natura umana è da sempre costretta ad affrontare, cadendo regolarmente sui medesimi errori dalla moralità incerta. Il ministro è divertente ma cattivo, comico ma “impegnato”, severo ma “giusto”, sperando che almeno questa volta il nostro pubblico non faccia orecchie da mercante.

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