Film Industry: l’economia del cinema

COME L’INDUSTRIA DEL CINEMA SI DIVIDA NETTAMENTE IN 5 MACRO AREE: DAL LUXOURCING AL SISTEMA FONDO-PERDUTO

cinecittaOggi vogliamo esagerare, analizzando a tutto campo la cosiddetta Film Industry ci siamo resi conto di come esista effettivamente un impianto “sonoro” che funziona a 5.0. Un’efficiente sistema stile dolby surround che lega l’economia del cinema al puro show business viaggiando su 5 canali differenti. Vediamo quali.

Nella prima classe c’è un business multimilionario che risponde al nome di Hollywood. Gli studios, nati e cresciuti al sole della California, ormai stanno decentrando le loro basi, investendo sul “luxourcing”, neologismo da me coniato per definire quella pratica in cui set e studi di ripresa vengono scelti in Europa, attraverso complesse operazioni di coproduzione internazionale attraverso il tax credit. In sostanza il lato produttivo viene innestato sul paese che ospita in quota di minoranza, ma ad alta concentrazione di turismo e mercato straniero. Malta, Canarie, Bulgaria sono le nuove tappe della business class del cinema.

Nella classe 2, troviamo l’arte dell’intrattenimento secondo i paesi emergenti e non solo. India, Korea ed Emirati Arabi sono al centro di una rivoluzione culturale destinata a mutare il panorama glocale, laddove investimenti infiniti a fondo perduto fanno rima con proposte, storie e festival all’avanguardia. In sintesi, si investono palate di danaro senza un piano di rientro garantito. Ne beneficiano in pochi, ma almeno la ruota gira e il lavoro non manca. Sul concetto applicato di qualità si potrebbe tenere un seminario che preferiamo soprassedere in questa sede. 

Subito dietro, arrancando sui lustri di un passato glorioso, l’industria del cinema europeo: disunita politicamente, unita “monetariamente” dalla disperata necessità di raccolta budget e quindi destinata alla realizzazione di prodotti minori, seppur con domanda e fame di pubblico in continua crescita. Lontano dai generi, spesso con approdo direttamente in TV, questo “canale” è diventato un animale audiovisivo onnivoro: fondi braccati, acquisiti e infine spalmati su capitalizzazioni che ridimensionano lo scambio tra paesi limitrofi. Sono pochi gli accessi ai tavoli del potere, si assiste ad una riduzione del carico produttivo, mentre gli investimenti sono calcolati al centimetro sull’usato garantito. Italia in testa. 

Quarto vagone del treno spetta di diritto al duo Cina e Russia, i paesi delle “creature selvagge”. Come nel film di Spike Jonze, qui la fantasia è padrona indiscussa. Ci si arrotola su un sistema produttivo che cerca di fare concorrenza agli Stati Uniti, senza pensare in lungo sui generi e sul meccanismo produttivo che non comporti solo iniezioni di liquidità nelle casse degli Studios, ma un intervento regionale e governativo. Un aiuto concreto a sostegno di quelle produzioni e quegli autori che vogliono tentare la scalata verso il gotha cinematografico internazionale. La mancanza di visione assume i contorni del caso “vorrei, ma non riesco”, laddove invece produzioni di stampo locale destinate al mercato interno rappresentano una netta inversione di tendenza, un’affluenza di sala importante e numeri notevoli al box office nazionale. 

Infine, il quinto, il piu’ imprevedibile e complicato dei filoni. Il Cinema Indie. Senza freni, senza inibizione, ingegnoso per talento, creativo per disperazione. O meglio quella necessità “violenta” di farsi strada senza mezzi (termini), mettere in campo “l’impossibile” e utilizzare al meglio l’ampia gamma dei generi per valorizzare registi e sceneggiatori a scadenza da orologio biologico. Un sistema minore che negli ultimi anni è diventato “di tendenza”, una sorta di cantera globale in cui ogni singolo professionista del set si mette in gioco per emergere e farsi acquisire dal “cugino maggiore”. Idee e forza di volontà non mancano, i prodotti in molti casi eccellono e, soprattutto, il bacino di proposte è inesauribile.

Al netto delle considerazioni e vista la crisi aleatoria in cui è piombato l’industria di settore nel nostro paese, sarebbe il caso di farsi una domanda in tal senso e prendere in maggiore considerazione il “canale numero 5”: nel momento in cui l’apatia regna e gli investimenti diventano un’utopia, una mente creativa diventa una miniera d’oro da dover necessariamente sfruttare.

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