London Town: recensione

LONDON TOWN: LA DIFFICILE E PRECOCE CRESCITA DI UN RAGAZZO AI TEMPI DEI CLASH, TRA IL DESIDERIO DI TRASFERIRSI A LONDRA E LE RESPONSABILITÀ CHE LO TRAVOLGONO

london-town-movie-posterGENERE: commedia

DURATA: 92 minuti

USCITA IN SALA: n.d.

VOTO: 3 su 5

Anni Settanta: tra la politica della Tatcher, gli scontri tra skinhead e punk e l’astro nascente dei Clash, un adolescente sogna di trasferirsi a Londra per fuggire dalla situazione opprimente e senza prospettive della periferia in cui abita. Una situazione famigliare particolare lo porta ad avere più responsabilità dei suoi coetanei, finché l’ingegno, l’impegno e un colpo di fortuna non lo aiutano a cambiare la sua vita e a dare una spinta al suo futuro.

Il bravissimo Daniel Huttlestone (che abbiamo già visto in Les Miserables e Into the woods) interpreta Shay, un ragazzo che a 15 anni si ritrova carico di responsabilità e con una famiglia problematica sulle spalle: la madre l’ha lasciato per seguire il suo sogno di diventare una cantante a Londra, dove si diverte tra amanti e droghe varie, lasciandolo con la sorellina e con un padre autoritario col quale va poco d’accordo.

Shay sogna di abbandonare la provincia e raggiungere la capitale per avere maggiori prospettive per il suo futuro, ma le responsabilità non si fanno attendere. Il padre, che ha un negozio di pianoforti, rimane coinvolto in un incidente che lo costringe a letto in ospedale, così Shay non solo deve occuparsi della sorella più piccola e della casa, come ha sempre fatto, ma anche di lavorare per saldare i tanti pagamenti che gravano sulle loro tasche.

London Town è un film sull’acquisizione delle responsabilità che fanno di un ragazzo un piccolo adulto, senza rinunciare ai sogni, all’amore, alle passioni e alla dolcezza dell’adolescenza. Il giovane deve adattarsi e reinventarsi alla luce dei tempi: si veste da donna per sembrare più grande e guidare il taxi del padre durante la notte, mentre di giorno rimane in negozio. Ma perché vendere pianoforti se è il punk il genere che va per la maggiore? A dare la giusta spinta pubblicitaria ai suoi nuovi progetti, il fortunato incontro con Joe Strummer, cantante dei Clash.

Il film diretto da Derrick Borte non è quindi un racconto biografico sul gruppo che ha avuto largo seguito dagli anni Settanta in poi, ma inserisce la sua musica in un momento storico di cui è diventato simbolo. Ci viene restituita l’immagine della Londra dell’epoca, tra cataste di immondizia nelle strade, disoccupazione e conseguenti scioperi e avversione verso gli immigrati “che ci tolgono il lavoro” (idea che non passa mai di moda purtroppo).

Nell’epoca dei punk, tra creste, borchie, chiodi e jeans strappati, dei contrasti con gli skinhead, del primo mandato della Tatcher, Shay rimane ammagliato da questi suoni e dall’anticonformismo di Strummer, abilmente interpretato da un Jonathan Rhys Meyers perfettamente nella parte: l’attore irlandese restituisce al leader dei Clash la sua grinta e il suo fascino, e si esce dalla sala con tanta voglia di cantare.

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"Suonala ancora, Sam"