In bici senza sella: recensione

ESCE AL CINEMA IL FILM A EPISODI CHE RACCONTA LA PRECARIETÀ DI OGGI TRA SORRISI AMARI E RISATE A DENTI STRETTI

locandina-in-bici-senza-sellaGENERE: commedia
DURATA: 100 minuti
USCITA IN SALA: 3 novembre 2016
VOTO: 3,5 su 5

Disoccupazione salita all’11,7% a settembre in Italia, con una percentuale che si attesta attorno al 37,1% per quanto riguarda la disoccupazione giovanile. L’ennesima statistica Istat, numeri su numeri, cifre che negli ultimi anni (quelli della “crisi”) hanno decretato successi e insuccessi dei governi che si sono succeduti, hanno influenzato scelte politiche e portato in piazza milioni di italiani, fino a modificare l’umore e il morale di una nazione intera. Un morale, c’è da dire, quasi sempre a terra.
Non sembra dunque possibile oggi poter affrontare – artisticamente parlando – un tema come quello del lavoro attraverso il sorriso, l’umorismo e la comicità. O no?

Prova a rispondere a questo dubbio un film come In bici senza sella, pellicola suddivisa in sei episodi diretti da sette registi. Partito da un’idea di Alessandro Giuggioli, il film è stato realizzato grazie anche a una campagna di crowdfunding, unendo dunque una produzione dal basso a una dall’alto.
Il Santo Graal di Giovanni Battista Origo, I precari della notte di Gianluca Mangiasciutti e Solange Tonnini, Curriculum Vitae di Matteo Giancaspro, Crisalide di Cristian Iezzi e Chiara de Marchis, Il parassita di Francesco Dafano e Il posto fisso di Solange Tonnini: sono questi i tasselli che compongono questo variegato mosaico che snocciola situazioni e dinamiche tipiche di chi oggi (a qualsiasi fascia d’età) si trova a dover rincorrere senza sosta il tanto desiderato tempo indeterminato.

Non c’è rassegnazione né possibilità di resa: i colpi inferti dalla società, da un sistema creato da anni e anni di politiche sbagliate, sono sofferti ma non subiti, perché un modo di reagire lo si trova sempre, anche con un sorriso a denti stretti.
Così se in Crisalide una neo assunta resta incinta, dovrà fingere di ingrassare a dismisura pur di non perdere il posto appena ottenuto; se il Curriculum Vitae dimostra di essere troppo qualificati, non resta che mettere alla prova il proprio valore, anche a costo della vita; se si arriva al punto in cui tutto è perduto, forse fare Il parassita potrebbe essere una soluzione.
Sono solo alcuni degli espedienti che vengono trovati dai protagonisti di In bici senza sella, film di una comicità che mostra a tratti ritmi e colori di irresistibile romanità – come in Il Santo Graal – e che sparge nel suo tessuto spunti di riflessione che, sebbene vengano filtrati da un riso amaro, puntano a dar frutti tutt’altro che comici.

La pellicola, vincitrice del Toronto Independent Film Award come Miglior Film e presentata ufficialmente all’ultima Festa del Cinema di Roma, non è l’opera di registi e autori affermati che danno una propria interpretazione di un tema come il precariato in Italia: è il frutto del lavoro di chi, oggi, quel senso di destabilizzazione costante lo vive davvero, sulla propria pelle. Un’immersione in prima persona in quella che è l’essenza del film: da qui prende origine la forza schietta e genuina che caratterizza l’intera pellicola, per cui sì, alcune scene sono surreali ma poi neanche tanto, e sì, certe dinamiche sono davvero grottesche, ma forse c’è di più. C’è quella verità vissuta da chi le prova tutte pur di arrivare a fine mese, da chi sta zitto e si accontenta perché “per ora di meglio non posso trovare”, da chi è coinvolto in una guerra tra poveri perché i colpevoli, quelli veri, sono troppo in alto per interessarsi davvero.

Essendo a episodi, In bici senza sella mostra un livello qualitativo incostante, per cui, accanto a cortometraggi che rivelano una maturità espressiva notevole per degli esordienti, ce ne sono altri che denunciano invece una minore capacità di gestire un mezzo come quello filmico. Nel suo complesso, però, l’opera raggiunge il suo scopo di far sorridere e riflettere allo stesso tempo, raccontando con umorismo e semplicità la vita di tutti i giorni di chi, anche se ha perso il sellino, non smette mai di pedalare.

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