Sing Street: recensione

ANNI ’80, BUONA MUSICA E TANTO DIVERTIMENTO, TRA FAVOLA E CINEMA

GENERE: csing-street-locandinaommedia, musical

DURATA: 106 minuti

USCITA IN SALA: 10 Novembre 2016

VOTO: 4 su 5
Connor vive nella Dublino di metà anni ’80, ha 16 anni e un talento nella scrittura di canzoni. L’incontro con l’aspirante modella Raphina, di cui s’innamora perdutamente, lo spinge a fondare una pop band per attirare la ragazza come attrice di videoclip. Nel frattempo il matrimonio dei genitori va in frantumi: saranno la musica, l’amore e l’inossidabile rapporto col fratello maggiore a dare al ragazzo un coraggio che non credeva possibile. Con una fantastica colonna sonora di cui fanno parte brani di gruppi musicali come The Cure, a-ha, Duran Duran, The Clash, Hall & Oates, Spandau Ballet e The Jam, Sing Street è stato tra le più piacevoli sorprese dell’ultima Festa di Roma (in concorso nella sezione Alice nella città).

Dopo la trasferta americana targata Begin Again (da noi col titolo Tutto può cambiare), il regista John Carney torna nella sua Dublino. Chi ha visto il film con protagonisti Mark Ruffalo e Keira Knightley non può far altro che notare un motivo ricorrente: la centralità, narrativa quanto estetica, della musica. D’altronde dall’ex-bassista dei The Frames, band irlandese degli anni ’90, non ci poteva aspettare altro se non questo. Dublino e la musica, quindi, che già avevano portato Carney alla ribalta internazionale dieci anni fa con Once, si ritrovano ad essere assoluti protagonisti in questo Sing Street, soprattutto nell’iniziale ora di pellicola. Una prima parte, questa, semplicemente fenomenale, condita da un ritmo elevato e coinvolgente, da spassose gag e da deliziose canzoni originali (composte da Gary Clark e dallo stesso Carney).

Per lunghi tratti, ora per il suo gusto tipicamente britannico ora per il suo umorismo e folle e sopra le righe, Sing Street sembra quasi un incrocio tra film come About a boy (con il protagonista che sembra un sosia dell’allor giovanissimo Nicholas Hoult) School of rock. Più passa il tempo e ci si avvicina al finale, poi, e più il legame con la cultura statunitense, che Carney sembra avere ormai ben assimilato, si fa sempre più esplicito. Oltre, ovviamente, al rimando alla cinematografia anni ’80, con la diretta citazione a Ritorno al Futuro, e a quella particolare filmografia “scolastica” americana, persino i giovanissimi protagonisti (interpretati per la maggior parte da attori esordienti) sembrano richiamare lo storico affiatamento sulla scena tipica dell’epoca-cult de I Goonies Stand by me. Da una semplice influenza artistica, allora, tutta la parte conclusiva si trasforma sempre più in un vero e proprio omaggio, che registra l’abbandono del più freddo clima “britannico”, per concedersi all’abbraccio più spettacolare e favolistico del “sogno americano”.

Una distinzione tanto netta che si può quasi pensare ad un “doppio finale”, sicuramente la parte più controversa della pellicola. Sing Street, a un certo punto, poteva infatti chiudersi prima, con una conclusione di certo più amara ma anche più realistica. Carney, invece, non ci sta e decide di far proseguire il “sogno” del protagonista, con un finale che a questo punto appare circondato apposta da un’atmosfera onirica e surreale. Il lieto fine, allora, diventa la rappresentazione dell’essenza del cinema, in cui allo spettatore è permesso sognare, senz’alcun limite, ed esultare perché il proprio beniamino (in cui si è nel frattempo identificato) ce l’ha fatta, esattamente come il fratello del giovane protagonista fa sullo schermo.

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