La guerra dei cafoni: recensione

RAGAZZINI IMPEGNATI NELLA MAI FINITA LOTTA DI CLASSE FRA SIGNORI E CAFONI NELLA PUGLIA DI FINE ANNI ’70

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GENERE: commedia

DURATA: 90 minuti

USCITA IN SALA: 27 aprile 2017

VOTO: 4,5 su 5

È in concorso al Bif&st di Bari nella sezione ItaliaFilmFest/ Opere prime e seconde, la favola magica La guerra dei cafoni di Lorenzo Conte e Davide Barletti.

Siamo nella Puglia del 1975, nella località di Torrematta. Aride campagne, ulivi, muretti e il mare sullo sfondo: in queste terre, ogni estate, si rinnova la guerra tra i figli dei ricchi, proprietari della terra e quelli dei contadini, che lavorano quelle campagne. Le due fazioni, ragazzini con pantaloncini all’inglese contro quelli vestiti di stracci, motorini di lusso Moto Morini contro l’Ape Piaggio, signori contro cafoni, si scontrano. A capo ci sono i rispettivi leader: Francisco Marinho (Pasquale Patruno), detto il Maligno e Scaleno (Donato Paterno).

Nell’anno in cui è ambientato il film La guerra dei cafoni, i cafoni decidono di ribellarsi alla supremazia dei signori. I simboli del potere saranno attaccati e lo scontro si trasformerà in una vera e propria guerra. I cafoni saranno aiutati dal cattivo Cugginu (Angelo Pignatelli), simbolo della nuova classe sociale e della moderna omologazione, cafone e ignorante ma ricco.

I simboli di Marinho e del potere dei signori, quali il motorino, la fortezza, la fidanzatina e il flipper, saranno presi di mira dai cafoni, che combattono per essere sempre più simili ai loro nemici.

Marinho è ossessionato dall’odio per i cafoni e combatte, portando con sé i suoi soldati, in nome della divisione di classe, dell’ordine sociale e della continuità della storia. Ma come spesso accade nella vita, l’amore imprevisto e improvviso entra a far parte della sua esistenza: l’affetto per Mela (Letizia Pia Cartolaro), una giovane cafona, farà infatti vacillare le sue convinzioni.

Mentre questi giovani ragazzi si avviano alla vita, muore un’epoca e l’ultima occasione di combattere una guerra fatta di violenza ma anche di epica e poesia.

La guerra dei cafoni, a metà strada tra commedia e romanzo di formazione, mette in scena in maniera poetica e suggestiva la particolarissima lotta di classe, mai finita, in una Puglia incontaminata e selvatica. Come buona parte del Sud Italia, anche la Puglia fino agli anni ’70 era una società bloccata. Non c’era possibilità di contatto e dialogo fra le due fazioni. Non vi erano neanche possibilità di riscatto per i cafoni, destinati a rimanere tali. Dalla fine degli anni ’70 qualcosa comincia a cambiare. E così tutto si mescola e si confonde.

Ne La guerra dei cafoni, ispirata all’omonimo romanzo di Carlo D’Amicis, non mancano dei riferimenti ad alcuni archetipi narrativi forti che arricchiscono la narrazione: il prologo, ambientato in epoca medievale con la netta distinzione fra il padrone e il cafone, un santo protettore dei cafoni Papaquaremma, un cane di nome Mosè e un ragazzo e una ragazza, il cui amore impossibile ricorda Romeo e Giulietta.

La pellicola è ha per protagonisti assoluti un gruppo di giovanissimi attori alla loro prima esperienza: a parte un’apparazione iniziale di Claudio Santamaria e al ruolo di contorno di Ernesto Mahieux, a dominare tutta la scena sono i ragazzi, tutti pugliesi, provenienti da diverse zone della regione. Con la loro purezza e bravura riescono a rendere credibile la storia, priva di forzature e resa ancora più spontanea dall’uso del dialetto, a volte così stretto da necessitare i sottotitoli.

Il film, che ha avuto già numerose inviti a prestigiosi festival stranieri, vuole, dunque, parlare ai ragazzi ma allo stesso tempo contiene riflessioni importanti anche per il mondo degli adulti. Non si tratta più di uno scontro tra ranghi ma lotta di conquista, arrampicamento. La guerra dei cafoni è metafora, attraverso la favola dei ragazzini protagonisti, del cambiamento che attraversò tutto il nostro paese in quegli anni.

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