Rachel: recensione

RACHEL, TRATTO DAL ROMANZO DI DAPHNE DU MAURIER, TORNA AL CINEMA DOPO LA PRIMA TRASPOSIZIONE DEL 1952

rachelGENERE: drammatico

DURATA: 106 minuti

USCITA IN SALA: 15 marzo 2018

VOTO: 2,5 su 5

Protagonista prima del romanzo del 1951 Mia cugina Rachele di Daphne du Maurier, poi di una trasposizione l’anno successiva alla pubblicazione (con Olivia de Havilland e Richard Burton), torna sul grande schermo una donna dall’ambigua personalità, un misto di furbizia e dolcezza, i cui comportamenti lasciano spazio a dubbi e interrogativi sul suo reale essere: Rachel. 

Rimasto orfano di madre, il piccolo Philip viene cresciuto dal cugino Ambrose nella sua ricca tenuta in Cornovaglia. Anni dopo l’uomo parte per Firenze, bisognoso di un clima migliore per curare una malattia che lo ha colpito. Qui conosce la bella vedova Rachel, della quale si innamora fino a sposarla. Lui, che prima di allora aveva sempre respinto il genere femminile, tanto che le uniche femmine ammesse in casa erano le cagne. Questo insospettisce Philip, che inoltre riceve delle strane lettere dal cugino in cui lamenta le sue gravi condizioni di salute, additando Rachel come causa del suo tormento. Il ragazzo si convince allora della colpevolezza e della malvagità della donna, ancor più quando scopre, arrivato in soccorso di Ambrose a Firenze, che l’uomo è morto. Il suo astio verso cresce con il passare dei giorni, ma il confine tra odio e l’amore è così sottile che basta incontrare per la prima volta Rachel per accorgersene. Infatti, quando arriva come ospite nella casa che ormai sta ereditando, se ne innamora a prima vista, divorato da un sentimento che cede il passo all’ossessione, e mettendo a repentaglio le finanze della tenuta.

Il regista Roger Michell (Notting Hill) torna dietro la macchina da presa con l’attualissimo tema dell’amore concepito come ossessione, come sentimento che offusca la ragione e arriva ad alterare i comportamenti fino ad annebbiare qualunque logica. L’attrazione per una donna, in questo caso, della quale ogni cosa che si crede di sapere potrebbe essere messa in discussione da un momento all’altro, arrivando a dubitare di ogni sua mossa, amicizia e abitudine, come preparare una semplice tisana. Quanto è furba e quanto è ingenua, davvero, Rachel?

Un po’ come era stato per Rebecca la prima moglie di Alfred Hitchcock (sempre tratto da un romanzo della stessa autrice), anche qui la pressione psicologica è centrale nel film. Ad aiutare è soprattutto l’interpretazione di Rachel Weisz, con i suoi profondi occhi penetranti che alternano dolcezza a freddezza; una donna indipendente o che vorrebbe essere tale in una provincia prettamente maschilista, incarnazione di sensualità e di una femminilità di cui non si vergogna e che non nasconde, ma anzi di cui parla e lascia parlare.
Poco all’altezza è invece Sam Claflin, che troppo fa affidamento sull’ingenuità del suo personaggio, meno di spessore, a tratti fastidioso. Nel cast anche il nostro Pierfrancesco Favino e Iain Glen.

Le ambientazioni, le luci, l’ombra e la penombra sono il vero fascino di un film di cui però la riuscita rimane un punto interrogativo. Perché purtroppo, si avverte la mancanza di qualcosa, dovuto probabilmente a delle pecche di scrittura e alla lentezza della narrazione. La trama di Rachel gioca molto e giustamente sul non detto, alternando l’errore alla verità, ma lasciando in modo fin troppo prevedibile allo spettatore la capacità di capire cosa sta per accadere. Forse, fino al punto di rovinare il colpo di scena finale.

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