Charlie Says: recensione

LA REGISTA MARY HARRON PORTA AL FESTIVAL DI VENEZIA GLI OMICIDI DI CHARLIE MANSON CON IL SUO CHARLIE SAYS

charlie saysGENERE: drammatico, biografico, crime

DURATA: 104 minuti

USCITA AL CINEMA: N/D

VOTO: 3/5

Presentato nella sezione Orizzonti al 75esimo Festival di Venezia, Charlie Says della regista Mary Harron (L’altra Grace) porta sul grande schermo gli omicidi perpetrati da un gruppo di giovani donne nel 1969 e appartenenti alla “Charlie’s Family”, la setta del criminale statunitense Charlie Manson.

Karlene Faith (Merritt Wever) è una ricercatrice che insegna ad alcune detenute presso il California Institution for Women e prende a cuore il caso delle “ragazze Manson”, Leslie Van Houten (Hannah Murray), Patricia Krenwinkel (Sosie Bacon) e Susan Atkins (Marianne Rendón), la cui pena è stata di recente commutata in ergastolo a vita.

La donna decide di impartire loro delle lezioni durante le quali, attraverso una serie di flashback, ci viene mostrato come hanno fatto ad avvicinarsi a Charlie (Matt Smith) e quanto ancora credono nelle stupidaggini che lui andava professando, nonostante non lo vedano da tre anni.

“L’amore talvolta richiede la perdita di una parte di sé. È così che funziona. Così ha sempre funzionato”.

Ed è proprio ponendo se stesso al centro del loro mondo, che Charlie riesce a isolare queste giovani donne (ma non solo, perché tra loro ci sono Dennis Wilson, il batterista dei Beach Boys, e Tex Watson) e a privarle della loro identità in nome di un amore universale, di un nuovo culto in cui lui si paragona a Gesù.

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Non importa quanto Charlie possa diventare crudele, il lavaggio della testa che fa loro è così completo, che anche la violenza diviene un altro simbolo di quell’amore malato.

“Essere picchiata dall’uomo che ami non è molto diverso dal fare l’amore con lui. Charlie mi ha dato ciò di cui avevo bisogno”.

Attraverso gli occhi ingenui di Leslie ‒ ribattezzata Lulu ‒ vediamo come l’uomo umili queste ragazze, mettendole in mostra, spogliandole di ciò che le rende quelle che sono, privandole del proprio ego, senza rinunciare al proprio e all’utopico sogno di diventare un cantante famoso.

Sarà proprio la delusione ricevuta a spingere l’uomo a orchestrare la serie di omicidi che l’hanno reso famoso, tra cui quello dell’attrice Sharon Tale, incinta di 8 mesi, obbligando ciascuna delle ragazze a “fare qualcosa”.

In Charlie Says presa di coscienza di Leslie avviene con calma, forse fin troppa. Nonostante una buona trama e ottime premesse, infatti, il film si sofferma troppo sullo stile di vita ideato da Charlie Manson a discapito del resto, rallentando la narrazione e spesso sottolineando l’ovvio.

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