Elegia americana: recensione

ELEGIA AMERICANA, IL NUOVO FILM DI RON HOWARD PONE I RIFLETTORI SULL’AMERICA POVERA DELL’ENTROTERRA RURALE

DURATA: 115 minuti

USCITA: 24 novembre 2020

VOTO: 3.5 su 5

Elegia-Americana-posterElegia americana (Hillbilly Elegy) mette in scena l’altra faccia dell’America, quella che vive in posti sperduti, dove non c’è mai niente da fare, dove la povertà regna sovrana, dove ci si rimbocca le maniche e si lavora sodo per ottenere qualcosa nella vita. È anche dove spesso si cade in vizi, alcool o droghe, e dove si possono commettere sbagli che costano cari.

Basato sull’autobiografia di JD Vance, racconto che nel 2016 fu preso ad esempio dell’America che vota per Trump per la sua uscita quasi in concomitanza con le elezioni, il film lascia da parte il sottotesto politico per focalizzare l’attenzione sul dramma familiare. E se è vero che questo ha indispettito gran parte della critica, è anche vero che il paragone con il libro è ingeneroso e gratuito.

Ci troviamo davanti ad un protagonista a cavallo tra due mondi, quello da cui proviene e quello colto dell’università di Yale. È la storia di JD, il quale si dichiara proveniente dall’Ohio, ma in realtà di appartenenza al Kentucky, il cuore di quella regione rurale denominata Appalachia, con una madre spesso sotto gli effetti di stupefacenti e quindi incline ad exploit di rabbia. La nonna, dal carattere duro di chi non le manda a dire, lo prende sotto la sua ala per assicurargli un futuro migliore, diverso da quello riservato a chi non esce mai dai propri confini. Potranno pure essere considerati ignoranti, ma queste persone hanno un forte senso di famiglia ed è quello a cui JD si aggrappa quando arriva a Yale. Esemplare il momento in cui il ragazzo rivendica le sue origini ammonendo gli interlocutori di non definirlo un redneck, una parola dispregiativa che non solo ferisce, ma nella quale non s’indentifica.

JD si ritrova a fare i conti con il passato, con la sua identità, quando è costretto a fare ritorno a casa per soccorrere la madre a rischio di morte dopo un’overdose. La chiamata giunge proprio alla vigilia di un’importante colloquio presso un rinomato studio di avvocati, nel quale si gioca il proprio futuro. È qui, attraverso una narrazione che alterna il presente a flashback, che prende vita il quadro familiare e di riflesso del ceto medio-basso Americano.

Il pregio del film è quello di umanizzare la classe operaia dell’America, spesso derisa da chi ha studiato e ha abbandonato l’entroterra per le grosse metropoli, e spesso anche demonizzata, a seguito del dilagare del populismo. Essere messi davanti al dramma dei familiari di JD, seppur spesso responsabili delle proprie pene, non può non suscitare empatia. Quell’America divisa in due di cui si sente tanto parlare è conseguenza anche del senso di superiorità di chi guarda da lontano. E allora ben venga questo melodramma che è anche una storia vera, di gente vera, rappresentata sullo schermo con grande rispetto e talento da un cast di classe, tra le quali dominano Amy Adams e Glenn Close. Affinchè ci si ricordi che siamo tutti prima di tutto essere umani.

 

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