The Woman King: recensione

UN INNO AL VALORE DELLE DONNE, CHE SI SCONTRA PURTROPPO CON UNA TRAMA BANALE.

thewomanking_locandinaDURATA: 135 minuti

USCITA: 16 settembre 2022

VOTO: 2.5 su 5

L’America chiede ancora scusa per gli sbagli del passato storico, la schiavitù degli africani è una macchia indelebile che pesa gravemente sulla coscienza. Una macchia che non potrà mai essere estinta completamente, ma per la quale si continua a fare penitenza.

Ambientato nel 1800 The Woman King racconta la storia vera della generalessa Nanisca del Regno di Dahomey, una donna africana guerriera che si ribella al traffico degli schiavi per opera degli inglesi e americani. Un commercio del quale sono complici gli stessi governanti africani del Dahomey nel nome dello scambio di merci. Il ruolo di Nanisca è quello di guidare il gruppo da combattimento Agojie tutto al femminile contro i nemici di Dahomey e proteggere la propria gente, anche suggerendo al Re di offrire beni alternativi negli scambi, come ad esempio l’olio di palma.

La produzione della pellicola è di altissimo livello; costumi, scenografie, tutto è studiato nei minimi particolari. Le interpretazioni, soprattutto quelle delle donne, Viola Davis in primis nel ruolo della protagonista, ma anche Lashana Lynch e la giovane Thuso Mbedu sono cariche di forza e passione. Eppure il film non funziona come dovrebbe. A cominciare da un intreccio da telenovela con rivelazioni facilmente prevedibili, per continuare con battaglie altamente coreografate, dove la preoccupazione maggiore è quella di non mostrare niente di truculento per evitare un divieto ai minori.

La pellicola ha una storia che merita di essere raccontata e un messaggio importante, quello delle donne forti, padroni del proprio destino, ma si perde in un’esecuzione  da film dozzinale . C’è un target specifico a cui è destinato questo film, ma bisogna anche essere in grado di abbracciare un pubblico variegato, altrimenti si rischia di far la predica agli iniziati, al coro come si dice in America. Di grandi film ambientati in Africa con storie in grado di abbracciare un pubblico universale  ce ne sono, si pensi in tempi recenti a L’ultimo re di Scozia o Catch a Fire, un grande film ha il potere di unire. Qui siamo di fronte ad un compitino che emula i grandi film di guerra, con annesso discorso di incitamento finale alla Braveheart, infarcendolo di inutili risvolti melodrammatici, neanche troppo sorprendenti. C’è mancanza di coraggio di osare, di voler, o forse potere, mostrare gli orrori della guerra. Sangue, rapporti saffici, scene d’amore, tutto è suggerito, sussurrato, mai mostrato esplicitamente.

 

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