Il regno del pianeta delle scimmie: recensione

TEAM UMANI O TEAM SCIMMIE? IL DILEMMA È RESO ANCORA PIÙ DIFFICILE DA QUESTO NUOVO CAPITOLO.

ilregno_locandinaDURATA: 145 minuti

USCITA: 8 maggio 2024

VOTO: 3.5 su 5

La nuova serie de Il pianeta delle scimmie iniziata nel 2011 aggiunge un altro tassello verso l’inevitabile ricongiungimento con i film originali degli anni settanta. Al tempo stesso serve anche ad aprire la porta alla saga di un nuovo protagonista, Noa, che segue la conclusione della storia di Caesar nel precedente capitolo. Il fulcro del film è sempre quello del divario tra gli esseri umani e le scimmie, e quest’ultime sembrerebbero in grado di governare la Terra molto meglio degli umani. L’arroganza e la cupidigia dell’umanità non ha uguali, abbastanza non è mai abbastanza, gli uomini vogliono sempre tutto e di più. Senza spoilerare troppo della trama è evidente che fidarsi dell’umanità è bene, ma non fidarsi è meglio.

Sono passati 300 anni degli eventi di The War – Il pianeta delle scimmie, gli umani sono regrediti ad una stato primordiale a causa del virus (chi è causa del suo mal…) e le scimmie, divise in clan, vivono ognuno pacificamente nel proprio villaggio. Ceasar è diventato una figura mitologica, con alcuni fazioni incappucciate che hanno dato la propria interpretazione ai suoi insegnamenti, ricorrendo persino alla violenza sulla propria specie nel nome di un dio fasullo che non esiste. La fama di potere pervade anche i primati. Questo spinge le scimmie mascherate  a fare razzie dei villaggi altrui, ma Noa non ci sta e farà di tutto per riprendersi i membri del suo clan, strappatogli con violenza.

Il regno del pianeta delle scimmie è magistralmente girato, la tecnologia è arrivata a tal punto che le scimmie sembrano reali, non solo anni luce dai costumi di una volta, ma addirittura più verosimili della capture performance di Andy Serkis nel primo film. Che a suo tempo era già rivoluzionaria.

L’idea dell’avventura in viaggio funziona sempre e qui abbiamo la scimmia protagonista insieme ad uno scimpanzé ed una ragazzina smarrita che cerca di tornare a casa. È una formula ben sperimentata nel cinema, che ben si adatta alla saga e che permette di giocare su chi sono veramente i buoni e chi i cattivi. Il film è forse meno intenso di quelli che lo hanno preceduto, un montaggio più teso avrebbe probabilmente giovato, ma riesce comunque a tenere viva l’attenzione e a creare quella empatia per i personaggi. Se queste sono le basi, ben venga una nuova trilogia con Noa come protagonista.

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