Prossima Fermata – Fruitvale Station: recensione film

OPERA SENTITA E MERAVIGLIOSAMENTE GIRATA, INNO TOTALE SUL CONCETTO DI GIUSTIZIA MANCATA

prossima fermata fruitvaleGENERE: drammatico

USCITA IN SALA: 13 marzo 2014

DURATA: 85 minuti

VOTO: 5 su 5

Il rumore ritmato della metropolitana sopraelevata è quasi ipnotico, osservato dall’esterno crea tensione narrativa, invoca l’attimo catartico e ci catapulta nel mezzo del racconto, tra dramma e realtà. Ricordatevi questo nome, Ryan Coogler, sentiremo parlare ancora a lungo dell’autore di Fruitale Station, presentato a Cannes 66 nella sezione Un certain regard.

Opera semplice e diretta, girata con lo stile autoctono di chi vive il posto che racconta, frammenti di vita, attimi ripresi in modo amatoriale che racchiudono una storia vista da lontano, salvo poi scoprirne la realtà, l’essenza della vicinanza e il dramma del momento. Una storia attuale quella che ci racconta Coogler in perfetto slang, dannatamente reale che suscita rabbia e incredulità a piena potenza.

La parabola di Oscar Grant, 22 enne di Oakland, riassume lo stato attuale di un paese come quello nordamericano, che mai come ora ha preso le distanze dal concetto europeo di democrazia in tempo reale, laddove vige un grosso movimento di intolleranza razziale, laddove ogni persona deve guardarsi le spalle anche quando pensa di essere al sicuro (come la metro), ecco che le distanze si fanno incolmabili. Culturalmente e concettualmente.

L’esplosione di violenza si sposa perfettamente con le sequenze lente montate ad arte con lunghi primi piani, quasi un neorealismo americano contemporaneo che richiama il giorno d’oggi funestato dalla crisi del lavoro e da codici etici oramai (e da fin troppo) anacronistici, salvo poi interagire col valore altissimo della famiglia, unica e coerente sacralità che rimane intoccabile. Octavia Spencer madre straziata tra le madri del cinema.

La sua vicenda non era conosciuta ai più, ora le ultime 24 ore della travagliata vita di Grant sono note a tutti, il film di Coogler si racchiude in un unico potente flashback che crea lo spazio al finale, quel momento catartico in cui giungono verità e realtà dei fatti. Ci si indigna dinanzi a tale fluido racconto, si serrano i pugni rimanendo a guardare come l’occhio della telecamera, spettatore onniscente di quanto accade in strada. 

Così abile ad osservare, così inerme nell’intervenire. 

 

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