The Hateful Eight: recensione film

TARANTINO CREA UN’ESPERIENZA CHE FA CENTRO COME UN COLPO DI FUCILE

The Hateful Eight locandinaGENERE: western

DURATA: 167 minuti

USCITA IN SALA: 4 febbraio 2016

VOTO: 4 su 5

Nel Wyoming innevato, qualche anno dopo la fine della Guerra Civile, il cacciatore di taglie John Ruth (Kurt Russell) sta trasportando la fuorilegge Daisy Domergue (Jennifer Jason Leigh) verso la città di Red Rock per consegnarla alla giustizia. I due, mentre viaggiano su di una diligenza guidata da O. B. (James Parks), incontrano lungo il loro percorso il maggiore Marquis Warren (Samuel L. Jackson), un ex soldato nero dell’Unione divenuto ora cacciatore di taglie, e Chris Mannix (Walton Goggins), un rinnegato del Sud che afferma di essere il nuovo sceriffo di Red Rock. Il gruppo così composto decide, vista la bufera di neve imminente, di trovare rifugio presso l’emporio di Minnie e di aspettare che il tempo migliori prima di riprendere la strada verso la loro meta. Arrivati al rifugio trovano altri quattro personaggi: Bob (Demian Bichir), messicano che si occupa dell’emporio data la temporanea assenza dei proprietari; Oswaldo Mobray (Tim Roth), inglese che afferma di essere il nuovo boia di Red Rock; Joe Gage (Michael Madsen), mandriano fermo nel rifugio per la bufera; Sanford Smithers (Bruce Dern), anziano generale confederato. Bastano pochi minuti, e i primi scambi di battute tra i presenti, per far capire come Red Rock si prospetti come una destinazione davvero lontana… e forse irraggiungibile.

Un elogio al cinema, alle sue storie e ai suoi protagonisti: Quentin Tarantino rende il suo The Hateful Eight un canto d’amore per tutto ciò che ha avuto un profondo significato nel suo passato, da spettatore prima e da regista poi. Con questa ottava pellicola, Tarantino fa della sua professione – quella di creatore e di direttore di mondi – la causa per e il mezzo con cui orchestrare un concerto da camera, dove i vari strumenti suonano note taglienti, componendo una musica dalle tonalità cupe e allo stesso tempo dal ritmo incalzante.

The Hateful Eight 3Un concerto da camera, appunto, che ha luogo all’interno di un unico ambiente: quello dell’emporio di Minnie. Per tre quarti della pellicola, la vicenda si svolge tra le mura del rifugio di legno mentre fuori impazza la bufera. Un’ambientazione funzionale all’evolversi della situazione: una coesistenza coatta che porta allo svelamento del sommerso, una realtà recondita che i personaggi inghiottono e custodiscono gelosamente, palesando versioni di ciò che è altro da loro. L’emporio acquisisce la valenza di uno spazio-mondo, luogo dalle dimensioni fisiche limitate ma che costituisce di fatto un universo dove i caratteri sono densamente concentrati tanto da far confondere i loro contorni: non c’è distinzione tra buono e cattivo, non c’è un profilarsi deciso tra colpevole e innocente. C’è solo un ammasso di individui i quali, chi per un motivo chi per un altro, sono mossi dal rancore e dall’odio, dalla vendetta e dall’egoismo. Anche se sotto lo stesso tetto, infatti, ogni protagonista costituisce comunque un pianeta a sé, con i propri meccanismi e le proprie regole, saltuariamente in collisione con gli altri ma ben deciso a continuare sulla propria orbita.

Nonostante la scelta dell’ambientazione in una sola stanza, Tarantino ha voluto girare The Hateful Eight in 70 mm, formato ormai in disuso e solitamente utilizzato per grandi scene di insieme (lo si può trovare, ad esempio, in The New World di Terrence Malick). Una decisione che mostra, ancora una volta, l’ammirazione e la passione sconfinata di questo autore per la settima arte e per tutti i meccanismi che la riguardano. Optare per la pellicola da 70 mm non è infatti una scelta esclusivamente formale: oltre che per l’amore artigianale per la celluloide, una tale presa di posizione ha rappresentato per il regista un modo per celebrare il rito della sala cinematografica. Quello di cui fa dono Tarantino non è infatti solo la possibilità di visionare il suo ultimo lavoro: è un’esperienza. Un’esperienza che ha lo scopo di far rivivere una determinata modalità di fruizione dell’oggetto film: l’overture iniziale, l’intervallo al centro, i titoli di testa e di coda, lo schermo adatto a un tale formato… elementi appartenenti a un passato del culto a cui è dedito lo spettatore e che Tarantino ripropone oggi a chi ha la fortuna di assistere alle apposite proiezioni.

La volontà di omaggiare il cinema è presente però anche all’interno del tessuto filmico. I rimandi e le autocitazioni sono infatti numerosi, portando a un felice e riuscito mescolamento di generi: dal western di Sergio Corbucci (già visitato con Django Unchained) a Le Iene, passando per horror come Carrie – Lo sguardo di Satana fino a giungere ai territori del giallo, debitori della penna di Agatha Christie.

The Hateful Eight 4Ma anche nella modalità di ripresa è evidente l’ossessione appassionata del cineasta per lo strumento con il quale trova la propria realizzazione artistica: i giochi di messa a fuoco, i brevi long-take, le inquadrature di dettagli e gli articolati movimenti di macchina – primo fra tutti il lento, lentissimo indietreggiare dal primo piano del Cristo ligneo sulla croce mentre scorrono i titoli di testa… Non si tratta di un mero esercizio di stile: si tratta della continua esplorazione, fatta da Tarantino, del mezzo filmico e delle sue potenzialità, quella ricerca del giusto connubio tra significato e significante che traccia la linea di separazione tra cinema e cinema d’autore.

A tutto ciò si aggiunge un uso sapiente di una straordinaria colonna sonora (per la prima volta originale): le musiche di Ennio Morricone riescono a dar voce all’animo nero della storia, a fungere da cassa di risonanza per ciò che sfugge allo sguardo ma che in realtà è lì, poco sotto la superficie del visibile.

Ed è in quel territorio sito tra apparenza e verità che Tarantino gioca con lo spettatore per tutto il film: ciò che viene meticolosamente costruito nella prima parte viene a poco a poco demolito nella seconda, attraverso voci over, flashback e inquadrature che (grazie anche al 70 mm) pongono tutti i protagonisti in primo piano, permettendo così di aver bene sotto gli occhi sguardi e movimenti degli attori in scena. Attori in un estasiante stato di grazia – dagli interpreti feticci del regista alle new entry (come Jennifer Jason Leigh) – gestiti con un ammirevole equilibrio, permettendo dunque a ognuno di loro di esibire la propria innegabile caratura.

La sostanza che notoriamente permea i lavori di Tarantino, così pungente e caustica, salace e provocatoria, all’apparenza sembra qui diluita: le battute sono meno serrate, pur colme delle solite espressioni colorite e politically incorrect. Ma in realtà è nella reiterazione continua di queste parole e della violenza che sta la sua forza critica e penetrante: un perenne ripresentarsi di elementi che nel corso della pellicola, proprio per questo continuo apparire, vengono depotenziati della loro accezione negativa, attuando un ironico svuotamento di senso.

Con questo suo ottavo lavoro, Tarantino si conferma infiammato autore e creatore di oggetti d’arte che, mentre offrono uno spassionato tributo a tutto ciò che il cinema ha regalato, afferrano lo spettatore e lo percuotono: che sia esplodendo come un colpo di fucile o erompendo come un fiotto di sangue, nulla si può fare se non arrendersi. Ed è allora che la visione diventa contemplazione.

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