Un paese quasi perfetto: recensione

LO SPECCHIO DI UN CINEMA ITALIANO CHE NON SA PIÙ INVENTARSI

un paese quasi perfetto posterGENERE: commedia

DURATA: 92 minuti

USCITA IN SALA: 24 Marzo 2016

VOTO: 1,5 su 5

Pietramezzana, piccolo paese sperduto nelle Dolomiti lucane, rischia di scomparire. I giovani lo stanno abbandonando e i pochi abitanti rimasti, perlopiù ex minatori, vivono con una cassa integrazione che minaccia di trasformarsi presto in disoccupazione permanente. Ci sarebbe di che scoraggiarsi, e invece no. I suoi abitanti, trascinati dal vulcanico Domenico non demordono e, non appena intravedono nell’apertura di una fabbrica la soluzione a tutti i loro guai, si attivano affinché il progetto vada a buon fine. Senza il medico non può però esserci nessuna fabbrica, e quindi la prima cosa da fare è trovarlo. Fortuna vuole che si imbattano in Gianluca Terragni, rampante chirurgo estetico milanese. La seconda cosa, ben più complicata, sarà convincerlo a restare.

Un paese quasi perfetto vede innanzitutto il ritorno alla ribalta dello scrittore/attore/presentatore Fabio Volo (nella parte del chirurgo), ben cinque anni dopo Il giorno in più e Studio illegale. Almeno sul grande schermo, dato che dopo gli anni in radio e i (discussi) bestseller letterari, lo abbiamo già visto riprendere nostalgicamente la conduzione del programma televisivo Le Iene, proprio recentemente, lì da dove aveva iniziato nei primi anni 2000. Accanto a lui, Silvio Orlando interpreta Domenico, sindaco e guida del popolo di Pietramezzana, sicuramente il più esperto e capace del cast e, forse, proprio per questo autore della prova più scoraggiante da assistere. Chiude il cerchio Miriam Leone, co-presentatrice di Volo nel programma di Italia 1 e fresca di successo della serie di Sky 1992. Scelta di cast che sembra quasi ricordare, seppur a ruoli invertiti, il trio protagonista Bisio-Siani-Lodovini di Benvenuti al sud.

Il tentativo di ripetere il successo di Benvenuti al sud è d’altronde palese fin dal canovaccio di partenza (tipica persona di città dalle larghe vedute che arriva a sconvolgere la più ristretta comunità di paese), testimoniato se non altro dal coinvolgimento del suo stesso sceneggiatore, qui anche regista, Massimo Gaudioso. Le similitudini si fanno ancor più radicate se si pensa che anche stavolta siamo di fronte ad un remake: allora del film francese Giù al nord, in questo caso del canadese La Grande Seduzione di Jean-François Pouliot.  Insomma, per farla breve, l’intera operazione messa in piedi da Cattleya (che produce il film in partnership con Rai Cinema) appare l’ennesimo “perfetto” specchio di quel cinema italiano, che purtroppo va per la maggiore, che non sa più inventare storie originali né tanto meno osare qualcosa di nuovo, preferendo riproporre continuamente le stesse formule, lì dove hanno trovato il positivo riscontro del pubblico.

Senza contare che, a differenza della precedente pellicola di Luca Miniero, Un paese quasi perfetto si fa notare principalmente per la sua pochezza stilistica e narrativa. Quella che dovrebbe essere “una commedia sulla voglia di restare e quella di cambiare”, almeno secondo gli esercenti, si rivela solo essere una confusionaria messa in scena di situazioni inverosimili e sketch quasi per nulla comici, recitati male e diretti ancor peggio (l’autore Massimo Gaudioso non si avventurava dietro la macchina da presa dal 1999 e dal suo La vita è una sola, e si vede). Difficile salvare qualcosa persino sul lato dello scontro culturale, solo suggerito ma che perlopiù non si avverte, partendo dall’ambientazione priva di una precisa localizzazione nella scena, con abitanti che hanno tutti accenti diversi.

In Benvenuti al sud, almeno, il conflitto, vincente, tra stereotipi regionali riportava perlomeno il nostro cinema a temi cari che hanno fatto la fortuna del genere negli anni ’60-’70 (a cui lo stesso regista dice di rifarsi per questo film); stavolta è quindi del tutto assente, il che sarebbe pure voluto, leggendo le dichiarazioni del regista, il quale afferma di voler contare sulla caratterizzazione dei personaggi, ma che non funziona se poi questa non viene descritta né sviluppata a dovere. L’incoerenza interna è tutta qui: decidere di fare qualcosa di “diverso” sulla carta, ma limitandosi poi a riciclare (male) formule e codici già visti, in maniera insomma tipicamente italiana.

 

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