Love and Mercy: recensione

IL GENIO TORMENTATO DI BRIAN WILSON, LEADER DEI BEACH BOYS, IN UN VISIONARIO BIO-PIC CHE INFRANGE I CONFINI DEL PROPRIO GENERE

locandina Love and MercyGENERE: biografico
DURATA: 120 minuti
USCITA IN SALA: 31 marzo 2016
VOTO: 4 su 5

Chi è Brian Wilson, il leader dei Beach Boys? Cosa è accaduto nel suo passato da fargli abbandonare l’attività live della sua band, proprio all’apice del successo? Sono queste le domande da cui parte Bill Pohlad nel suo Love and Mercy, biopic sulla vita del fondatore del “California sound”, polistrumentista eccezionale, considerato uno dei più grandi geni della musica contemporanea.

A dare volto all’artista non un solo attore, ma due magistrali interpreti: Paul Dano veste i panni del giovane Brian Wilson degli anni Sessanta, quello che ha appena deciso di non fare più concerti con i Beach Boys per dedicarsi alla composizione delle nuove tracce; John Cusack è invece il Brian Wilson più adulto degli anni Ottanta, l’uomo che sembra aver perso ogni cosa, succube della volontà del suo psicologo, il dott. Eugene Landy (Paul Giamatti).

Su queste due anime dello stesso personaggio, Pohlad costruisce un film che si muove per l’appunto su due binari: durante tutta la pellicola, la storia passa continuamente dall’uno all’altro, cercando di restituirci almeno una parte di ciò che era Brian Wilson.

Assistiamo così all’espressione del genio creativo di Wilson alle prese con Pet Sounds, l’album capolavoro dei Beach Boys quasi di sua esclusiva ideazione; vediamo il sorgere della malattia mentale e della dipendenza da droghe che tanto lo condizioneranno in futuro; scopriamo il rapporto d’amore e odio verso il padre, colpevole di aver usato troppa violenza nell’infanzia dei figli ma comunque capace di ottenere il loro affetto. E poi osserviamo la nascita del sentimento tra Wilson e Melinda Ledbetter (Elizabeth Banks), giovane donna conosciuta in un negozio di auto che lo “salverà” dall’egemonia mentale del dott. Landis, riuscendo a liberarlo da un’altra velenosa figura paterna.

È evidente l’attaccamento affettivo che il regista (che da produttore qui si pone per la prima volta dietro la macchina da presa) nutre verso la vicenda del musicista californiano, che ha collaborato attivamente con la moglie Melinda alla realizzazione della pellicola. Pohlad sembra tracciare inizialmente due sentieri che tengono ben divisi l’artista dall’uomo per poi, però, farli ricongiungere quasi con fatalità, perché, in fondo, in Wilson sono elementi indissolubili.

Sebbene l’opera non verta sulle canzoni dei Beach Boys (non è infatti un lavoro sulla carriera musicale del gruppo), esse si infiltrano in ogni scena: non solo perché costituiscono la colonna sonora del film, ma perché diventano in una qualche maniera un’appendice del loro creatore, affermandosi come prosecuzione sonora del suo pensiero, del suo essere e del suo sentire.

La sensibilità con cui Pohlad affronta certi aspetti – dal rapporto con la famiglia all’insorgere della malattia, fino all’amore con Melinda nato tra mille difficoltà – restituisce al pubblico un ritratto delicato e allo stesso tempo feroce del genio tormentato di Brian Wilson, arricchendolo con scelte stilistiche che denotano una precisa presa di posizione: una sperimentazione visiva continua che va di pari passo con quella musicale del protagonista, nel tentativo quasi di far addentrare lo spettatore all’interno della mente di Wilson. La messa in scena, che gioca continuamente tra immagini da finto repertorio, realistiche sequenze in esterno ed elaborate inquadrature, trova la sua felice realizzazione grazie anche alla sceneggiatura che la sorregge. Non per nulla, a scriverla ha collaborato anche Oren Moverman, che i più ricorderanno per essere il co-autore di quella di Io non sono qui, visionario bio-pic di un altro genio della musica come Bob Dylan.

La dinamicità dell’opera, con il suo continuo andare e tornare da una linea narrativa all’altra, dona un’incisiva forza al dramma che si cela dietro canzoni solari come Surfer Girl o Fun, Fun, Fun e che ha condotto poi il gruppo alla rivoluzionaria esplorazione sonora che tutti gli riconoscono.

Love and Mercy (Amore e Pietà) riprende il titolo della canzone omonima che apre l’album di debutto da solista di Brian Wilson pubblicato nel 1988: un nome che sembra anche una richiesta, una preghiera e un grazie, un climax di situazioni che copre l’intero arco della pellicola, sfumature di parole pronunciate dallo stesso Wilson ma che assumono colori diversi evolvendosi con lui.

Pohlad ridona al pubblico questa straordinaria figura densa di genialità musicale e sensibilità umana, riuscendo a creare un film che va oltre la mera dimensione di bio-pic, colpendo, sorprendendo e allo stesso tempo commovendo lo spettatore rapito.

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