Filippo Timi: “in I corpi estranei non mi sono preoccupato di recitare”

L’ATTORE CI PARLA DELLA SUA FORTE INTERPRETAZIONE NEL FILM DI MIRKO LUCARELLI

Un padre, un figlio malato, le pareti ovattate dell’ospedale, il telefono che squilla spezzando il silenzio della speranza, le differenze culturali che si annullano innanzi al dolore: di questo e molto altro parla I corpi estranei, il lungometraggio di Mirko Lucarelli in concorso all’ottavo Festival Internazionale del Film di Roma.

Filippo Timi in questo film ha dato il meglio di sé come attore, il film si regge tutto su di lei…

Ti ringrazio, ti racconto una cosa: a sei anni mi portarono a Pisa perché zoppicavo e mi regalarono la prima scatolina Lego. Poi ho scoperto solo a 30 anni il perché: pensavano avessi un tumore alle ossa. Dissi a mia madre che se fossi morto sarei stato già vestito da angelo e lei svenne. In questo film mi sono trovato dall’altra parte ed è impossibile recitare quel dolore. Ho chiuso la porta di quel dolore. Avendo a che fare con il bambino non puoi fingere. È il film più documentaristico che ho fatto. Non mi sono preoccupato di recitare. Quando la storia ti piace e senti che ti parla è già un regalo e per me non è stata una fatica reggere il film. La camera che mi seguiva non mi pesava. Non esistono piccolo ruoli ma piccoli attori…

Nel film c’è una svolta, un unione tra Antonio e Jaber che avviene proprio perché il ragazzo usa un unguento sul bambino, un unguento che sembra miracoloso sia per Pietro, sia per il rapporto tra il protagonista e il ragazzo tunisino…

Io credo alla magia e alle forze occulte. La magia c’è perché l’olio costringe Antonio ad aprire gli occhi e superare il pregiudizio, confrontandosi finalmente con l’altro.

Come si spiega la scelta del cineasta di usare come protagonisti un italiano di provincia e un nordafricano entrambe persone non vicine alla città di Milano dove il film è ambientato?

A Mirko interessava che entrambi i personaggi fossero emigrati e quindi viaggiatori. Antonio è umbro e deve raggiungere Milano per curare suo figlio e Jaber è marocchino di origini.

Quanto è stato complicato interloquire spesso al telefono senza che in realtà vi fosse qualcuno dall’altra parte della cornetta?  

Parlare a telefono non è stato difficile perché con il dolore sei solo e quindi anche se non parli con nessuno non è un problema.

 

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