Something Good: Luca Barbareschi e Zhang Jingchu parlano del film

UN THRILLER CHE PALESA LA SPECULAZIONE SULLA SOFISTICAZIONE ALIMENTARE

Interessante argomento quello che Luca Barbareschi ha preso come soggetto per il suo ultimo film, Something Good. Un’intreccio dal carattere doloroso e criminale tra due persone, unite da una stessa causa, ma dalle parti contrapposte. Matteo, Barbareschi, è un criminale che organizza il commercio di alimenti illegalmente alterati in laboratorio, per arricchirsi sulla morte di tanti esseri umani. Lei, Zhang Jingchu, ne è una vittima indiretta, dato che ha visto morire il figlio per aver bevuto un succo di frutta combinato con pesticidi. Per approfondire le tematiche trattate, ne abbiamo parlato con i due protagonisti ieri, in occasione della presentazione del film alla stampa romana.

COME MAI HAI SCELTO IL TEMA DELLA SOFISTICAZIONE ALIMENTARE?

Luca Barbareschi: quello che ci interessava era prendere l’argomento principale del libro Mi fido di te di Francesco Abate e Massimo Carlotto, la sofisticazione alimentare, e provare a trasporlo sullo schermo con un intreccio narrativo. In pratica abbiamo scritto una storia completamente nuova che ha tre livelli di lettura: una redemption story; una storia d’amore tra il protagonista e la giovane Xiwen; un thriller. Tutto è legato allo scandalo del latte alla melamina che ha colpito la Cina qualche anno fa. Per questo abbiamo deciso di ambientare il film a Hong Kong, una città di facciata dove in realtà può accadere di tutto. Inoltre volevo concentrarmi sull’assunzione di responsabilità del mio personaggio, un uomo che capisce che ha sbagliato e lo ammette. Questo elemento permette di sviluppare una tensione epica straordinaria, molto drammatica. Ho preso ispirazione anche dai film di genere americani, perché trovo che nonostante le convenzioni ti permettano di raccontare storie bellissime.

COME E’ STATO TORNARE ALLA REGIA DI UN FILM?

Barbareschi: fortunatamente sono stato circondato da un team eccellente. Il budget del film era di cinque milioni di euro. Abbiamo girato in 4K, con una qualità visiva eccellente. Le riprese sono durate sei settimane. Tutto questo è avvenuto grazie all’esperienza televisiva: si pensa che fare fiction sia deleterio rispetto a fare cinema. Invece sono due cose che vanno insieme, e il film lo dimostra pienamente. Siamo riusciti a realizzare un prodotto italiano e allo stesso tempo internazionale.

ZHANG JINGCHU, COM’È STATO LAVORARE CON BARBARESCHI?

Zhang Jingchu: sono stata fortunata perché non ho fatto nessun provino. Dopo che ho letto la sceneggiatura ho chiamato Luca dicendogli che mi piaceva molto e il personaggio femminile era fantastico. Ci siamo incontrati a Dubai, dove stavo girando, e ci siamo scambiati i punti di vista sulla sofisticazione del cibo. Pur vivendo in Cina, non conoscevo la portata del problema e sono rimasta scossa. Nel mio paese questo problema ha attirato l’attenzione dei media, spero che possa esserci l’opportunità di proiettarlo anche lì, nonostante la censura.

PENSI CHE IL FILM USCIRÀ ANCHE IN CINA?

Barbareschi: per ora l’abbiamo mostrato all’ambasciata cinese, che è rimasta colpita. Speriamo che questo mobiliti le cose e che possa uscire in Cina, dove oltre la censura è predominante il mercato americano. Volevo precisare che non volevo fare un film alla Michael Moore, di denuncia sociale e basta, ma raccontare una storia dentro un tema molto forte. Anche perché la canalizzazione tematica fa sì che le persone interessate trovino le informazioni altrove, sui siti o le riviste specializzati.

 

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