Anita B. : recensione film

FAENZA, ATTRAVERSO I POTENTI OCCHI DI ANITA B., SOTTOLINEA L’IMPORTANZA DELLA MEMORIA

Anita B.GENERE: drammatico

DATA DI USCITA: 16 gennaio

DURATA: 88’

VOTO: 3,5 su 5

1945: l’ingiustizia che colpì il mondo era giunta alla sua fine portandosi sulla non-coscienza di quegli anni bui morte, distruzione. Il concetto dello sterminio di una razza non era stato più, per anni, legato a quello di non umanità ma era diventato esempio da seguire in nome di una purezza fetida di gas, sporca di lacrime e sangue e di corpi ammassati nudi in un angolo come fossero avanzi.

1945, il peggio che l’uomo abbia mai messo in atto era giunto alla sua fine e Anita, giovane sopravvissuta di Auschwitz, orfana di una madre e a un padre privati della stessa fortuna, scende da una jeep della croce rossa per ricominciare a vivere.

Non è facile convivere con l’orrore e l’unico modo per renderlo astratto è parlarne per trasformarlo in ricordo, ma ad Anita questo non è concesso. Ospite della zia Monika (Andrea Osvart), sorella del padre, dello zio Aron (Antonio Cupo) e del piccolo Robert la giovane donna si ritrova a dover fare i conti con la negazione, con il totale silenzio e con la freddezza che la circonda dovuta al divieto totale di raccontare del campo di concentramento e della sua prigionia.

In questa valle desolata di omertà e neve Anita si rifugia nella pittura e nell’amore per Eli scoprendo la forza di un sentimento e avendo conferma di quanto l’anaffettività possa essere dolorosa eppure, al contempo, spingere alla forza della reazione che porterà la ragazza, incinta, verso la Terra Promessa.

A 10 anni da Jona che visse nella balena, Roberto Faenza torna a parlare di Olocausto scegliendo il punto di vista del romanzo di Edith Bruck, anche co-sceneggiatrice della pellicola, Quanta stella c’è nel cielo. Stavolta però il cineasta sfiora solamente la crudeltà della Shoah e mette nelle mani di Anita B. (Eline Powell) l’importanza della memoria e del coraggio che innanzi anche al Male Assoluto rimane il moto perpetuo che spinge l’essere ad andare avanti e a trovare sempre un motivo per continuare il viaggio verso la Terra Promessa.

Quello che colpisce del film, e che per molti potrebbe essere visto come un punto a sfavore, è la mancanza di una drammaticità imponente che se da una parte sembra non dare risposte – comunque deducibili dalla palese intenzione di voler dimenticare il Male non parlandone e tenendo a distanza chi da quel Male proviene – dall’altra, per una volta, un passato violento e inimmaginabile viene raccontato senza vittimismo e retorica del pianto ma solo con la forte voglia di non dimenticare dimostrando che il peso della memoria non per forza è sinonimo di resa.

Anita B. non è un melodramma e lo urla forte al di sopra delle facili lacrime che la storia non permette di versare. Anita B. è un racconto di formazione che con dignità  narrala storia di una donna e della sua potenza.

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