Il segreto dei suoi occhi: recensione film

UN THRILLER SULLE OSSESSIONI CON UN UNA PERFETTA JULIA ROBERTS

Il segreto dei suoi occhi GENERE: thriller

DURATA: 108 minuti

USCITA IN SALA: 12 novembre 2015

VOTO: 3 su 5

Sono passati 13 anni, ma l’ex agente dell’FBI Ray è ancora ossessionato dall’omicidio della figlia della sua collega e amica Jess. Subito dopo il fatto era riuscito a risalire e a prendere il colpevole, Marzin, che però era stato rilasciato perché era l’informatore di un agente all’interno di un’indagine per la cattura di una cellula terroristica dormiente a Los Angeles. A distanza di anni molte cose sono rimaste in sospeso: sia il caso che ufficialmente è stato chiuso senza un colpevole, sia la storia d’amore fra Ray e la collega Claire. Convinto di aver finalmente ritrovato Marzin, Ray torna in città, ma si dovrà confrontare con entrambe le questioni.

Il segreto dei suoi occhi, scritto e diretto da Billy Ray, è il remake americano del film argentino premio Oscar nel 2010 El Secreto de sus Ojos di Juan José Campanella, un successo che era quasi impossibile che qualcuno si lasciasse scappare, rinunciando a crearne una nuova versione.

La storia, rispetto all’originale, cambia diversi elementi, a partire da tempo e luogo: qui ci troviamo a Los Angeles all’indomani dell’attacco delle Torri Gemelli, un attentato che ha subito creato mobilitazione e allarmismo soprattutto negli Usa. Il segreto dei tuoi occhi mostra come la lotta al terrorismo abbia fatto passare in secondo piano tutto il resto, generando un diffuso fanatismo. Gli avvenimenti dell’11 settembre hanno reso possibile “americanizzare” la storia. Ma il film indaga soprattutto le ossessioni: ci sono quelle del colpevole nel suo “doppio personaggio”, che spaziano dalla violenza, al furto di auto, dai cavalli al football, ma anche quella di Jess nel rendere giustizia a sua figlia, così come quella di Ray nella ricerca dell’omicida.

Il segreto dei suoi occhi ha il merito di tenere alta la tensione e far sussultare diverse volte lo spettatore sulla poltrona; la regia si alterna perfettamente tra primi piani che indagano con ricercatezza l’aspetto più intimo dei personaggi e scene più movimentate che regalano momenti di azione e adrenalina, come la riuscitissima scena della cattura allo stadio. Inoltre c’è una perfetta fusione tra tempo passato e presente, che rende la narrazione molto fluida e continua.

Il cast si conferma all’altezza: un elogio a Julia Roberts, resa più brutta e sciatta per l’occasione (“Sembri invecchiata di un milione di anni”), e che sa regalare un’interpretazione con cui riesce a trasmettere il dolore della perdita e la disperazione di una madre che deve affrontare uno strazio come quello di trovarsi casualmente sulla scena del crimine dell’omicidio della figlia, vedendo la giustizia fallire davanti ai suoi occhi per mano dei suoi stessi capi e colleghi. Grazie al suo personaggio si crea una forte empatia con lo spettatore. È seguita a ruota dal bravissimo e lanciatissimo Chiwetel Ejiofor. E poi c’è Nicole Kidman, che riesce ad emergere con abilità in diversi momenti, come nella scena dell’interrogatorio.

I colpi di scena si susseguono, lo spettatore così come tutti i personaggi, è portato a seguire delle piste che per quanto probabili si rivelano essere sbagliate, fino all’incredibile finale. Perché Jess aveva un solo grande bisogno: “Giustizia, lo devo a mia figlia”. E allora ecco che il film ritorna agli interrogativi che già il libro e la pellicola di Campanella avevano posto prima di esso: per quanto immenso possa essere il dolore provocato da una perdita e anche se chi dovrebbe garantire il rispetto delle leggi abbandona la legalità per interessi, è davvero giusto farsi giustizia da soli?

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