L’ultima parola – La vera storia di Donald Trumbo: recensione film

CRANSTON INTERPRETA LO SCENEGGIATORE PREMIO OSCAR SOGNANDONE UNO

trumbo locandinaGENERE: biografico

DURATA: 124 minuti

USCITA IN SALA: 11 Febbraio 2016

VOTO: 3 su 5

Nell’anno dei biopic, da Steve Jobs a Joy fino alle “storie vere” di Spotlight e La Grande Scommessa, arriva nelle nostre sale forse quello meno chiacchierato, ma non per questo meno meritevole degli altri. Tratto dalla biografia Trumbo ad opera di Bruce Alexander Cook (che ne firma anche il soggetto), L’ultima parola – La vera storia di Donald Trumbo è il film sullo sceneggiatore statunitense di Vacanze Romane e dello Spartacus di Stanley Kubrick, diretto da Jay Roach  (Austin Powers, Ti presento i miei) e con protagonista la nota star di Breaking Bad Bryan Cranston.

Siamo negli anni quaranta, negli States in piena lotta al comunismo, quando Dalton Trumbo, sceneggiatore di Hollywood all’apice della propria carriera, finisce nella cosiddetta “lista nera” della Commissione per attività anti-americane, per le sue simpatie politiche. Insieme a lui, altri stimati colleghi, a formare un gruppo che verrà poi soprannominato l’Hollywood Ten. Di comune accordo, gli sceneggiatori decidono di rifiutarsi di confermare o meno la propria adesione al movimento. Mentre le loro stesse carriere subiscono un forte arresto, Trumbo viene così accusato di oltraggio alla corte e condannato a 11 mesi di prigione. Una volta uscito, inizierà la sua battaglia “silenziosa” contro il governo e i capi degli studiosi, dimostrando di poter esercitare il proprio lavoro anche contro la loro volontà.

Per giudicare la caratura di Bryan Cranston basterebbero le nove nomination agli Emmy (tra cui 5 vincitrici per l’iconico ruolo di Walter White) necessarie perché Hollywood alla fine si accorgesse del suo immenso talento. Non c’è solo Di Caprio, quindi, a contendersi la statuetta per il Miglior Attore Protagonista quest’anno (per quanto tutto lo lasci pensare, certo), ma come per lo Steve Jobs di Fassbender, Cranston regala una performance da grandissimo attore costruendola per dettagli, sottigliezze, senza eccedere particolarmente, rendendo il personaggio di Trumbo perfino antipatico a volte (specie in ambito familiare), e per questo più che autentico. Il “supporting cast” può vantare nomi di formidabili “veterani”, e quindi immancabili certezze, tra una detestabile (e perfetta per questo) Helen Mirren, un Louice C.K. sorprendentemente drammatico e commovente, fino ad arrivare a un John Goodman in gran spolvero, quasi in netta continuità con l’Argo di Ben Affleck.

Va detto, da un film su uno sceneggiatore, ci si aspetterebbe forse uno script più solido o perlomeno più orchestrato, non sempre riesce a mantenere viva l’attenzione dello spettatore, soprattutto nella seconda parte, che stenta a rendere a pieno la drammaticità della vicenda. Resta pregevole comunque nella prerogativa basilare, ovvero nell’inquadrare l’Hollywood del tempo, elemento portante della pellicola nonché fonte principale del suggestivo fascino che la circonda (a tal proposito, i riconoscimenti maggiori vanno all’ottima ricostruzione scenografica, non tanto supportata da una regia piuttosto anonima).

Trumbo non è però la tipica storia celebrativa di Hollywood, ma è innanzitutto il racconto di una persecuzione sbagliata, ingiusta e più che deprecabile, che ha rovinato la vita di una moltitudine di persone, e anzi in questo senso la colpisce violentemente e coraggiosamente, condannando coloro che all’epoca ne tiravano le fila. La “lista nera”, infatti, non ha mietuto vittime solo in ambiente cinematografico, ovviamente, e il racconto della “rinascita” di Trumbo è solo l’esempio di chi dopo anni di ritorsioni, ce l’ha fatta, come purtroppo non molti altri possono dire lo stesso.

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