La macchinazione: recensione

GLI ULTIMI TRE MESI DI VITA DI PIER PAOLO PASOLINI RACCONTATI ALLA LUCE DI NUOVE SCOPERTE

La macchinazione locandinaGENERE: drammatico
DURATA: 100 minuti
USCITA IN SALA: 24 marzo 2016
VOTO: 2,5 su 5

Spinto da una vicinanza affettiva prima e da una fame di verità poi, il regista David Grieco decide di riaffrontare uno dei casi più eclatanti della cronaca italiana, un giallo ancora irrisolto riguardante una delle menti più note e brillanti del panorama culturale del Novecento: la morte di Pier Paolo Pasolini. Grieco ha conosciuto personalmente l’artista bolognese: Pasolini era un amico di famiglia, divenendo poi colui che l’ha introdotto nel mondo della settima arte.

La scomparsa del poeta, scrittore, cineasta e giornalista, quel 2 novembre del 1975, contiene ancora elementi che seminano dubbi, quesiti senza risposte certe, oscurati da un non detto che si è ingigantito nel tempo, assumendo proporzioni che hanno introdotto il fatto nei territori dei casi irrisolti. Ultimamente, in occasione dei quarant’anni dalla morte dell’artista, l’attenzione attorno alla figura di Pasolini è andata crescendo, anche grazie a dei recenti passi avanti che si sono fatti nell’indagine sul suo decesso: scoperte che riguardavano un’altra Alfa GT presente quel giorno all’Idroscalo di Ostia (identica a quella dell’intellettuale), che mettono in mezzo una conoscenza più approfondita, non solo di una notte, con Pino Pelosi (l’unico accusato dell’omicidio), che chiamano in causa la Banda della Magliana ed Eugenio Cefis ( l’uomo dell’ENI, della Montedison e della P2) e che accennano a un furto delle bobine dell’ultimo film di Pasolini qualche giorno prima della sua scomparsa.

Ingranaggi di un meccanismo mortale, elementi facenti parte di una vera e propria macchinazione ordita ai danni del poeta. E La macchinazione è infatti il titolo che Grieco decide di dare al film da lui diretto, una personale visione di come sono andati gli ultimi tre mesi di vita dell’artista bolognese alla luce delle ultime scoperte.

Un’ottica diversa rispetto al Pasolini di Abel Ferrara, pellicola alla quale inizialmente doveva lavorare lo stesso Grieco che vi ha poi rinunciato però perché non d’accordo con le intenzioni del regista statunitense, a suo dire troppo interessato all’appetito sessuale di Pasolini e all’aura scandalistica da esso derivante.

Grieco decide di affidare alla musica dei Pink Floyd l’importante compito di commentare questa storia. Il ruolo del protagonista è invece dato a Massimo Ranieri, di una somiglianza impressionante con l’originale (eccezion fatta per una pesantezza fisica che emerge in particolar modo in alcune scene). A completare il cast troviamo Libero de Rienzo nel ruolo di Antonio Pinna (appartenente alla Banda della Magliana), Milena Vukotic nei panni della madre di Pasolini e un esordiente Alessandro Sardelli come interprete di Pino Pelosi.
Se le intenzioni, come visto, potevano essere delle più nobili, è nella realizzazione e nella messa in scena che La macchinazione rivela una debolezza intrinseca.

Il film di Grieco, di fatto, non dona nulla di nuovo a ciò che è stato dipinto attorno al poeta, anzi: forse ne semplifica la figura. Anche se narrativamente il regista si affanna tanto per mettere sul piatto tutti i nuovi elementi dell’indagine, ciò che ne viene fuori è un racconto confuso in cui sono riscontrabili scene che mostrano una raffigurazione di Pasolini già nota e cristallizzata: dall’apertura del film, con quell’incontro in macchina tra il poeta e Pino Pelosi (iniziando dunque sotto la luce dell’appetito sessuale di Abel Ferrara che Grieco ha così tanto sdegnato), al corpo martoriato dell’artista sulla spiaggia di Ostia, elemento su cui la macchina da presa insiste quasi con indiscrezione. In mezzo, dialoghi e situazioni che contribuiscono a dipingere un’artificiosità pervasiva, come il romanaccio esibito con affettata enfasi o lo scambio di carezze tra Pasolini e la madre dipinto a tratti con colori smielati. Quello che ci perde maggiormente in importanza è, di nuovo, il pensiero di Pasolini, la cui rilevanza viene ridotta a una scena in osteria dove l’artista sembra quasi sul punto di ritrattare le sue considerazioni di fronte alle domande risentite di un giovane studente esibente la propria disabilità.

Nella seconda parte, poi, il film, condotto fin lì con toni da inchiesta giornalistica, straborda improvvisamente dai confini che aveva definito da sé, adoperando anche degli slittamenti temporali che sembrano tradire un’ansia di prestazione registica, come un voler a tutti i costi dimostrare una padronanza del mezzo tecnico e una capacità decisionale stilistica che però suonano a vuoto se slegate dal contesto. L’apice viene forse raggiunto dalla scena della “preveggenza” di Pasolini che, mentre cammina ascoltando assorto il suo interlocutore, in una sorta di epifania, ha una visione di un gruppo di persone come proveniente dal futuro, mentre il cielo assume colori e grafica che rimandano direttamente al mondo di Matrix.

Nel tentativo di esibire tutti gli elementi narrativi sul tavolo, La macchinazione di David Grieco perde di vista il punto fondamentale: quello di essere un film, un prodotto cinematografico che deve rispondere dunque a determinate regole, oppure infrangerle con cognizione di causa o argomentata intenzionalità artistica. Elementi di cui, invece, qui si avverte chiara la mancanza.

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