Arrival: recensione

SBALZI TEMPORALI PER UNA CORSA CONTRO IL TEMPO: ALIENI AMICI O NEMICI? AMY ADAMS EROINA SPECIALE IN ARRIVAL

arrival posterGENERE: fantascienza

DURATA: 116 minuti

USCITA IN SALA: n.d.

VOTO: 4 su 5

 

Gli alieni sbarcano sulla Terra in 12 località diverse del pianeta. La linguista Louise Banks (Amy Adams) viene arruolata dal governo degli Stati Uniti per decifrarne il linguaggio e capire le loro intenzioni. Ad aiutarla c’è il matematico Ian Donnelly (Jeremy Renner).

Basato sul racconto Storia della tua Vita, incluso nel romanzo Storie della tua Vita di Ted Chiang, Arrival è un progetto ambizioso per parlare del rapporto tra umani e alieni, tema trattato ormai fino allo svenimento nel cinema americano. A pochi giorni dall’uscita nelle sale di Indipendence Day: Rigenerazione, sequel dell cult del ’96, il regista Denis Villenueve trasporta sul grande schermo una storia dove scienza e tradizione s’incrociano tra loro, al fine di riscoprire le radici comuni a tutte le civiltà: il linguaggio come mezzo di comunicazione tra popoli.

Amy Adams regala, ancora una volta, una grande interpretazione ricca di immensità: lei veste i panni di una linguista e traduttrice esperta, che si porta addosso quelli che sembrano i frammenti di un immenso dramma del passato e da cui lei sta cercando di fuggire; è una donna razionale ma non troppo, che crede che gli alieni non siano poi esseri così spaventosi e che l’unico modo per comunicare con loro è attraverso la parola. A lei si oppone Ian Donnelly, uomo di scienza che ragiona con i numeri invece che con le lettere, che cerca risposte nelle stelle invece che per terra. Di tutt’altra pasta il duro Colonnello Weber (interpretato da uno statuario Forest Whitaker) che deve sottostare agli ordini dei superiori, ma allo stesso tempo crede nelle capacità di Louise e la lascia fare.

Villenueve è uno dei pochi registi che riesce a mettere in scena un film dove la tensione regna sovrana, sovrastrata, forse, dall’intensità delle musiche che danno quel senso di inquietudine. Gli occhi sono puntati su Louise, la chiave di Arrival. Attraverso di lei, lo spettatore riesce a sentire i battiti del suo cuore, il suo respiro profondo e quel senso di smarrimento di chi si trova davanti a qualcosa di sconosciuto. Come in Interstellar di Christopher Nolan, il concetto del tempo e del suo scorrere è una costante che ruota per tutta la la pellicola: si parla della sua durata, di inizio e di fine; tanti sono i mesi che Louise e Ian sfruttano per decifrare il linguaggio alieno (qui a proposito non ci sono i classici omini grigi, ma gli extraterrestri hanno sette gambe e sono un mix tra gli alieni verdi dei Simpson e i Dissennatori di Harry Potter), 12 sono le astronavi aliene approdate sulla Terra; passato, presente e futuro si mescolano in un complicato rompicapo che solo gli spettatori più attenti potranno sciogliere.

Arrival è una pellicola curiosa, quasi misteriosa, che arriva e se ne va in punta di piedi, lasciando allo spettatore emozioni visive e futuristiche. Villenueve sembra quasi voler dare alle potenze mondiali una piccola lezione: la parola è l’arma più forte di tutte. Sedetevi e discutete, prima di farvi guerra a vicenda.

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Linguista, aspirante giornalista, amante del cinema, malata di serie tv, in particolare dei crime polizieschi.