Trainspotting 2: recensione

IL SEQUEL DEL CULT GENERAZIONALE CHE NON VUOLE ESSERE CULT

GENERE: drammatico

DURATA: 117 minuti

USCITA IN SALA: 23 febbraio 2017

VOTO: 2,5 su 5

Trainspotting 2 posterSono passati vent’anni. Molte cose sono cambiate, ma altrettante sono rimaste le stesse. Mark Renton torna all’unico posto che da sempre chiama casa. Lì ad attenderlo ci sono Spud, Sick Boy, e Begbie, insieme ad altre vecchie conoscenze: il dolore, la perdita, la gioia, la vendetta, l’odio, l’amicizia, l’amore, il desiderio, la paura, il rimpianto, l’eroina, l’autodistruzione e la minaccia di morte. Sono tutti in fila per dargli il benvenuto, pronti ad unirsi ai giochi.

A volte, e in questo ultimo periodo sta accadendo piuttosto spesso, ritornano. Torna Danny Boyle, a dirigere il film che ha lanciato la sua carriera, costellata da un Oscar per The Millionaire, così come quella di tutti gli attori protagonisti. Vent’anni dopo, Trainspotting 2 vede il ritorno del magro Mark Renton a casa, più irrobustito e con alle spalle una vita fatta di successi (almeno per quello che racconta). Esattamente come l’attore che lo interpreta, Ewan McGregor, in questi anni ha sicuramente dominato la scena hollywoodiana da protagonista, dopo aver anche litigato con lo stesso Boyle (e come il suo personaggio, “nasconde” dei fallimenti, esattamente come il suo primo film da regista, American Pastoral). Ewen Bremner e Johnny Lee Miller (rispettivamente Spud e Nick Boy), invece, si sono visto spesso relegati perlopiù a ruoli secondari, pur rimanendo comunque presenti a Hollywood e dintorni. Robert Carlyle sembra invece essere ormai  “imprigionato” dal contratto che lo lega allo show Once Upon a Time, serie ABC in netto declino qualitativo, colpevole di sfruttare solo una bassissima percentuale dell’enorme talento dell’attore britannico. Si può insomma, volendo, notare un certo parallelismo tra la storia diegetica e quella extra-diegetica, che segna il ritorno di una squadra che sarà ricordata per sempre nella storia di quel lontano 1996.

Sì perché Trainspotting, quello originale, è stato un vero evento di quegli anni, non sta a noi certo ricordarlo, sicuramente pensato e ragionato nei minimi particolari (questo, senz’alcuna accezione negativa): Boyle prendeva lo scrittore del momento, il “cattivo ragazzo” Irvine Welsh, parlava di temi fortemente attuali per l’epoca, adottando poi una colonna sonora indirizzata ad un preciso target di giovani. E, almeno stando al modo in cui lo si sta vendendo, ciò non sembra essere cambiato neanche per il sequel, già solo partendo dalla scelta di non chiamarlo Porno (come il romanzo-seguito dello stesso Welsh) ma appunto di usare lo stesso titolo del primo. Pura mossa di marketing, trasparente e quindi sicuramente onesta. Così come è onesto Boyle che nel girare il suo film sembra avere avuto, però, tutt’altri progetti e idee, rispetto alla divisione addetta alla promozione della pellicola.

Trainspotting 2 è infatti oltremodo “diverso”, se in bene o in male dipende dai punti di vista. È un bene se si pensa al rischio, almeno formalmente sventato, di ricopiare spudoratamente il primo e fortunato episodio. È un bene perché se c’è sì nostalgia, anche piuttosto esplicita, viene dosata da un regista esperto e consapevole come Boyle in maniera sicuramente intelligente. La nostalgia, dopotutto è alla base dell’operazione che ha dato avvio al progetto (se si arriva a fare perfino Blade Runner 2, non c’è da stupirsi), non ci si poteva certo esimersi dal rappresentarla. Ma, per fortuna, al contrario di molti “colleghi” dell’ultimo periodo, non è affatto vuota e senz’anima. A differenza, va detto, della colonna sonora a parte a questo giro, purtroppo, quella sì che tenta di “scimmiottare” quella del ’95, come il remix del fortunato pezzo-manifesto del primo, Lust for Life di Iggy Pop (ad opera dei The Prodigy, come anche il ri-utilizzo degli Underworld), sintetizza alla perfezione.

É un male perché, rispetto al peso avuto dall’originale nel campo cinematografico e non solo, Trainspotting 2 è abbastanza “innocuo”. Meno generazionale del primo, a meno che non si voglia leggere la “voglia di vivere nel passato” che li caratterizza come un riferimento agli odierni quarantenni; senza dubbio meno attuale, visto che c’è solo un chiaro riferimento ai tempi moderni, il quale “adatta” il celebre motto Scegli la vita ai nostri giorni, sulla carta (e nel trailer) decisamente più banale di quello che è, nobilitato, come accade in tutto il resto della pellicola, dal grande estro registico di Danny BoyleTrainspotting 2 è, in conclusione, molto più “film” del primo (che viveva di sequenze, pur tutte più incisive da sole, di gran parte del sequel), più intimista nei confronti dei protagonisti, in cui ognuno trova il proprio spazio. Stavolta, per niente a caso, manca il voice-off di Mark Renton (se non in rare scene), proprio per accrescere il senso “corale” del racconto di Boyle e, ancora una volta, dello sceneggiatore John Hodge.

Il problema principale è che proprio tale approfondimento non è certo dei più originali, il tono grottesco di gran parte del film regala sì qualche risata, ma l’intreccio non brilla affatto per svolte di trama particolarmente argute. Si potrebbe pensare che, vista la strada scelta del film intimista (ma neanche troppo), quest’ultime non siano poi necessarie, se non fosse che il finale appare fin troppo forzato, piuttosto scontato e quindi poco capace di provocare la giusta empatia che lo spettatore dovrebbe naturalmente provare verso personaggi a cui è affezionato.  Il finale diventa così probabilmente la parte peggiore della pellicola, proprio perché colpevole di tradire i presupposti iniziali, scadendo, stavolta sì, nell’omaggio nostalgico e perlopiù vuoto.

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