Quando (male) interpretare È peggio che tradurre

                   La scarsa vena creativa dei Distributori italiani

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Eternal sunshine of the spotless mind! E’ questo il verso numero 209 della poesia “Eloisa to Abelard”, scritto da Alexander Pope e che tradotto in italiano significa esattamente “l’eterna luce della mente immacolata”. Ma è anche il titolo di uno dei più bei film degli ultimi tempi, sicuramente il più originale del 2004. La pellicola diretta da Michel Gondry e vincitrice di un oscar per la migliore sceneggiatura originale di Charlie Kauffman è stato solo il caso più eclatante, in ordine di tempo, della sconsiderata distribuzione italiana: ormai una burlesque nel panorama cinematografico nostrano.

{mosimage} Come i versi della raffinata opera del poeta anglosassone abbiano miseramente assunto il significato di Se mi lasci ti cancello è ormai il risultato conclusivo di un processo di (male) interpretazione che affligge la nostra distribuzione già da un bel po’. Ciò che si sta analizzando è quel processo che assegna il corrispettivo titolo italiano alla pellicola d’origine internazionale e per cui, forse a causa della noncuranza di alcuni professionisti del settore, siamo spesso di fronte a cattive interpretazioni del name autentico, ossia o a traduzioni che si adeguano bonariamente al contesto della trama o, in casi specifici (e ormai molto frequenti) a titoli nemmeno tradotti. I film che si possono citare sono molti, per ciascuna delle due anomalie. Oltre alla già indicata opera di Gondry, alcuni film che hanno avuto il privilegio di interpretazioni puramente contestuali sono stati Se scappi ti sposo (The runaway bride – La sposa che corre), Quando meno te lo aspetti (Raising Helen – Crescendo Helen), Prima ti sposo poi ti rovino (Intolerable cruelty – Crudeltà insopportabile) e il recentissimo 3ciento..chi l’ha duro la vince (Meet the Spartans – Incontra gli Spartani): tutte commedie romantiche che parlano delle più differenti relazioni tra  uomo e donna. Il problema sorge quando una pellicola dal potenziale intrinseco viene danneggiata dal titolo fuorviante che gli è stato assegnato, nel momento in cui questo non rispetti la naturale interpretazione, dal nome originale alla nostra lingua nazionale. Solo per quanto riguarda le ultime stagioni, invece, in italiano rimane solo un’indicazione nel sottotitolo, di frequente anche fuori tema. Sono pellicole che riflettono la neo moda del preferire la completa non traduzione, lasciando il cittadino italico medio nel più totale buio in materia filmica, buio che ciascuno compensa a modo suo: non andando proprio a vedere tale film (ed è un notevole danno d’immagine, oltre che economico), oppure lasciandosi convincere ad entrare in sala dal minuto di un qualsiasi trailer a disposizione. Tutto ciò è ovviamente controproducente per l’opera stessa, che al botteghino viene trascurata, ma anche per lo spettatore, il quale, confuso da nomi da barzelletta nemmeno divertenti, finisce col preferire il certo per l’incerto, privilegiando spesso il blockbuster ad un’opera più innovativa. Nonostante tutte le sfumature possibili ed immaginabili che possano esistere tra una lingua e l’altra, sarebbe corretto, dunque, che le nostre case di distribuzione cinematografica (soprattutto quelle affiliate alle grandi major) traducessero nella maniera più attinente al titolo primordiale. I distributori si dovrebbero porre da orator e non da interpretes, ossia, come insegna la storia della traduzione, distinti in coloro che traducono (il titolo) e coloro che lo interpretano, poiché è solo riportandosi all’etichetta decisa dall’autore che ciascun film straniero potrà esser reso nell’unica maniera possibile. Quella consona ed attinente naturalmente.

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