40 carati: recensione film

THRILLER SENZA IDEE E CON TOTALE MANCANZA DI ADRENALINA E COLPI DI SCENA

Davanti a te il niente, il limite ad un passo. Un uomo solo è fermo sul cornicione di un grattacielo a New York. Sotto, la strada, il vuoto, un salto senz’appello. Perchè è lì sopra e da cosa dipende la sua vita ce lo racconta “40 carati”, titolo italiano improbabile, per un film dallo stesso identico spessore: impalpabile.

Sam Worthington è a “man on the ledge”, tale Nick Cassidy, nome da fumetto Bonelli e faccia stanca da Perseo appena sfuggito dai Titani. Che in questo caso sono rappresentati benissimo da un apparato di polizia marcio fino all’osso e al solito magnate truffaldino (un buon, seppur invecchiato) Ed Harris, uomo d’affari senza scrupoli.

Riuscito ad evadere e con un’accusa pendente da 25 anni di reclusione per furto di diamante (i carati in questione), l’ex poliziotto dalla verve alla Bruno Vespa architetta un piano che si potrebbe risolvere sulla Settimana Enigmistica, per recuperare credibilità e riscattare la sua innocenza. Naturalmente in questo plot telefonatissimo lo aiuta una bella negoziatrice, Elisabeth Banks, e la coppia formata da fratello guascone e fidanzata ispanica ultra hot.

Possibile? Bisogna metterci tutta la fantasia che possediamo per calarci nella narrazione. Nemmeno il più creativo dei realizzatori di “Avatar”, infatti, poteva pensare ad un piano tanto ingenuo quanto articolato, così irreale quanto vedere Henry di Windsor chiedere in sposa la mia edicolante. Certo qualche sequenza d’azione si fa apprezzare, ma il tentativo annuale di emulare “In linea con l’assassino” non funziona sin dalle battute iniziali.

Manca quel pathos che contraddistingueva il film con Colin Farrell, manca Farrell e sono assenti quegli elementi thriller da film di genere che reggono l’evolversi della storia. Evitando analisi di manierismo tecnico, ciò che appare evidente è la regia piatta e la scarsità di idee sul campo.

Completano l’opera una città di contorno veramente poco sfruttata e il solito polpettone sull’influenza dei social network e dei media nella vita reale (americana). Niente permette allo spettatore di concentrarsi a fondo, né di immedesimarsi nel protagonista. Quel che si dice un filmetto, dunque, quel che si direbbe una pellicola da buttar giù dal palazzo.Magari anche insieme a mister Cassidy, perchè no…un bel salto nella spazzatura non guasta. 

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