Knock-out: recensione film resa dei conti

LO SPERIMANTALISMO CHE NON PREMIA: FALLISCE UN’IDEA DEBOLE E FORZATA

Un bravo regista è ciò che ci ha portato a credere di essere, persino nei suoi tentativi di evasione, persino quando la strada intrapresa si rivela quella errata. Steven Soderbergh è tutto questo, un cineasta che conosce benissimo il suo mestiere e che nella sua carriera ne ha provate molte, dal cinema indie ai grandi blockbuster, dall’action al social drama, senza trovare una sua strada definita. E questo, nella buona e nella cattiva sorte, ha influenzato talvota alcune sue scelte stakanoviste, facendogli perdere la luce sul sentiero. Knock-out, sua ultima creatura, rappresenta proprio questo sfogo, la voglia di provare qualcosa di nuovo, di sperimentare a low budget, di partire da un micro canovaccio ed estenderlo a lungometraggio: l’operazione, però, non è bastata e il risultato stavolta appare insufficiente.

Cast di favore, nel senso di presenza per amicizia (Banderas, Douglas, Fassbender, Paxton, Tatum, McGregor), storia elementare di un agente segreto tradita e in fuga, la tosta Gina “Mallory” Carano, esperta di mix martial arts, la vendetta della sposa. Poi se per pagare cachet e location europee si debba sacrificare fotografia e montaggio appare chiaro come l’intero meccanismo che Soderbergh ha innescato per girare questa resa dei conti ha danni estesi ovunque. Dalla base, composta di recitazione svogliata e demotivata, dal corpo, abile solo per menar le mani nell’epoca di armi usa e getta, nella testa, in cui intro e finale schiferebbero anche il fratello orbo di Tarantino. Tanto per citare il re dei T(rash)-movie.

Steven ci mette dal canto suo faccia e mano abile nel girare le sequenze d’azione, ma la mancanza di pathos e il totale disinteresse che si viene a creare per ciò che accade nella scena successiva sono una diretta conseguenza di un problema di fondo, in fase di scrittura, quasi a voler provare il low budget su una storia che ne richiederebbe un high. Un peccato veniale in cui il comunque talentuoso regista ha il vizietto di cascare ogni tanto. Personaggi senza spessore, nessun approfondimento psicologico e una fretta evidente di chiudere al primo ciak portano ad un unico e inevitabile verdetto: Soderbergh o non Soderbergh, il cinema ben fatto è altro. Statene alla larga. 

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