30 tff – good vibrations: recensione film

IL POTERE DI AGGREGAZIONE UNIVERSALE DELLA MUSICA, ATTRAVERSO LA VITA DI TERRI HOOLEY, NELLA BELFAST DEVASTATA DALLA GUERRA “SANTA” TRA CATTOLICI E PROTESTANTI

Ci sono storie di uomini che vale la pena raccontare. Sicuramente Terri Holley fa parte di questi uomini, che attraverso sogni e folli idee sono riusciti, magari non in toto, a cambiare la storia. Avranno pensato proprio a questo Glenn Leyburn e Lisa Barros D’Sa quando hanno deciso di dirigere Good Vibrations, pellicola presentata nella sezione Festa Mobili al 30 Torino Film Festival. Nella Belfast degli anni ’70 e ’80, devastata dalla guerra civile tra cattolici e protestanti, ecco che un uomo, Terri Holley, con un solo grande sogno, vendere dischi e far conoscere la musica, diventa per caso una vera e propria icona, punto di riferimento del movimento punk di tutta l’Irlanda del Nord.

Good Vibrations è la storia dell’universalità della musica; musica che abbatte tutte le barriere, anche le più difficili, ovvero quelle religiose; musica che unisce; musica che fa sperare che il mondo si possa realmente cambiare.

I due registi utilizzano comunque uno stile davvero leggero ed ironico, nonostante per tutta la pellicola la finzione sia mescolata alle immagini di repertorio che mostrano quanto era difficile vivere in una città, dove i disordini erano all’ordine del giorno.

Un film che mette realmente di buon umore, anche per la colonna sonora che riporta indietro nel tempo, e che fa creare nella forza dei sogni, che sono un po’ il motore della nostra società, senza i quali forse non saremmo quello che oggi siamo. E vale anche la pena ricordare una delle ultime frasi del film, pronunciate proprio dal protagonista a proposito del movimento punk: “Perché a New York hanno i capelli, a Londra hanno i pantaloni, ma a Belfast c’è la motivazione!”, come a sottolineare che a volte si creano delle sinergie artistiche che si alimentano anche nella devastazione e nella miseria.  

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