Qualcuno da amare: recensione film

IL REGISTA IRANIANO KIAROSTAMI AMBIENTA IL SUO FILM A TOKYO, STRANIERO IN TERRA STRANIERA 

Genere: drammatico

Uscita in sala: 1 maggio 2013

Una giovane ragazza, Akiko, è costretta a vivere una vita che non è la sua, forzata in due ruoli che non la soddisfano, da un lato la prostituta, dall’altro quella della fidanzata di un ragazzo geloso, possessivo e manesco. Nel tempo libero, studia sociologia all’università di Tokyo.

Una sera, il suo “protettore” la mette su un taxi, diretta verso un nuovo cliente, un inaspettato anziano professore, che cerca in lei una piacevole compagnia. Tra i due s’instaura un rapporto del tutto inusuale che porta i due personaggi a comprendere che, al di là dalle marcate apparenze, essi sono uniti da una eguale sensibilità che li spinge verso un viaggio alla scoperta del dolore e della debolezza che li contraddistingue, come del resto contraddistingue ogni uomo sulla faccia sulla terra, soprattutto se abitante di una metropoli alienante come può essere quella del Giappone o quella di tante altre nazioni.

Abbas Kiarostami, di origine iraniana, definito da molti suoi colleghi il modello più alto di regista cinematografico, autore di grandi capolavori come il Sapore della ciliegia (1997), decide per questo film, di trasferire in Giappone la sua passione per le questioni umane, per le nevrosi e le situazioni alienanti, riflesso di una società postmoderna e crudele che spinge l’uomo in un percorso che non per forza è quello che vorrebbe percorrere, alimentando così ansie, frustrazioni e tensioni morali.

Qualcuno da amare è dunque una storia universale che si svolge in Giappone per amore del regista verso tale paese, ma che comunque poteva svolgersi in qualsiasi altra metropoli del mondo.

Ritornano, come in tutti i suoi film da Dieci (2002) in poi, le riflessioni e i discorsi intergenerazionali nell’abitacolo di una macchina: “Mi ero ripromesso di non farlo più – rivela Kiarostami – ma temo che anche i miei prossimi progetti saranno ambientati dentro un veicolo. Del resto, dove altrimenti potrei trovare un posto dove due generazioni distanti si dicono cose così intime senza nemmeno guardarsi in faccia?“. E’ in questo particolare luogo, al quale Kiarostami è così affezionato, che le rispettive identità trovano la strada per esprimersi.

Da un lato il professore, un uomo dalla enorme cultura che però non ritrova in essa l’appagamento alla voglia di umanità, che invece lo opprime; dall’altro la giovane prostituta, sospesa tra il desiderio di essere qualcuno e quindi di spiccare in una città così grande come Tokyo e tra quello di appartenere a qualcuno, seppur violento e possessivo. Akiko è, infatti, originaria di un piccolo villaggio di pescatori, dove era semplice stringere rapporti umani, dove chiunque poteva sentirsi osservato e vivo al contempo.

È la grande città invece che spesso smorza la vitalità e l’identità di una persona. Per questo i due infelici protagonisti, schiacciati da una metropoli alienante, sono alla disperata ricerca di qualcuno da amare. 

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Critica e ufficio stampa free lance si autodefinisce "agonista del cinema".
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