Venezia 69: stories we tell – recensione

SARAH POLLEY RIPERCORRE LA STORIA DELLA SUA FAMIGLIA, RICORDANDO SUA MADRE DIANE

Genere: Documentario

Sarah Polley arriva alla 69esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia per presentare il suo terzo film da regista. Questa volta però, dopo Away From Her e Take This Waltz, la regista canadese si cimenta con il genere del documentario, raccontando nella sua pellicola le “storie” della sua famiglia. Sarah Polley decide quindi di raccontare al telespettatore in Stories We Tell le vicende della madre Diane, scomparsa a causa di un tumore e di come questa donna, celebre attrice di teatro canadese, abbia condizionato con la sua esuberanza e con i suoi segreti la vita di tutte le persone che sono state intervistate nel documentario.

La regista infatti tenta di ricostruire con uno sguardo il più oggettivo possibile le vicende narrate, nonostante le storie raccontate siano quelle della sua famiglia: una famiglia come tante nel mondo che però possono essere prese da spunto per raccontare vicende universali. Quello che alla fine rimane del film è una domanda molto semplice: qual è la verità? Sì, perché è proprio la verità che tutti vanno ricercando in Stories We Tell, verità sui segreti di Diane, dato che ormai nessuno può più chiederli alla donna. Si tratta infatti di un documentario in cui si leggono i molti punti di vista di una stessa vicenda: il marito, i figli, gli amici ed anche gli amanti di Diane, che ricordano una donna dal carattere straordinario, magnetica ed affascianante che ha lasciato un segno indelebile nella vita delle persone che l’hanno conosciuta. 

Il docu-film colpisce nel segno e si può dividere in due parti ben distinte. L’inizio è dedicato interamente alla figura di Diane, mentre la seconda parte riguarda molto più da vicino la regista e la scoperta, in tarda età, di non essere figlia del marito della madre, ma di uno degli attori con il quale Diane ha lavorato a teatro. Ovviamente la Polley ci racconta di come gli altri hanno vissuto la vicenda, soprattutto il padre e i fratelli e regala allo spettatore il suo punto di vista, solo attraverso le parole degli altri, dato che lei non si intervista direttamente. La regista lascia parlare gli altri e non condanna Diane per come si è comportanda, guardandola come una donna che ha fatto degli errori in vita, ma che ha sempre cercato di fare del suo meglio per non far soffrire le persone a cui voleva bene.

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