Berlinale 64 – Jack: recensione film (in concorso)

UN ABBANDONO CHE PUNGE IL CUORE COME UN VECCHIO MAGLIONE INFILTRITO MA SCALDA CON LA SEMPLICITA’ CHE SOLO I BAMBINI POSSONO AVERE

Un abbandono che da mentale diventa fisico, un abbandono che si snoda tra le vie di Berlino creando distanze che si lasciano dormire sdraiate su di una panchina. Una madre, certamente portatrice biologicamente di questo nome ma non meritevole di essere chiamata tale, troppo impegnata nel suo egocentrismo fanciullesco per essere la guida e la protezione del sangue del suo sangue. L’amore non basta o almeno non del tutto. Jack (Ivo Pietzcker) è un ragazzino cresciuto troppo in fretta, costretto dalla vita a dover essere il tutore non solo di sé stesso, ma del fratellino Manuel. I giorni per lui scorrono veloci, le responsabilità sono tante e il tempo per i giochi non contemplato. Ci sono doveri quotidiani, la sveglia che suona presto, pranzi da cucinare e una madre distratta e puerile da proteggere. Dopo essere stato tolto alla mamma dai servizi sociali Jack inizierà la folle ricerca del suo unico punto di riferimento che si rivelerà essere la più grande delusione. Il film di Edward Berger & Nele Mueller-Stofen lascia un affettuoso amaro in bocca che si riflette negli occhi dei sue fratelli. La storia, completamente incentrata sulla figura del piccolo Jack, non brilla certo per genio ma ha la capacità di rapire lo spettatore raccontando situazioni fruibili e vicine a i più.

Una pellicola che emoziona senza troppi scossoni, indagando il rapporto tra una madre e i propri figli, descrivendo con velato disagio i vuoti e le distanze che si creano in un abbandono. Questo abbandono lascia un freddo dentro, la coperta è troppo corta e malandata per riscaldare l’animo. Jack osserva il mondo da un binocolo, dietro ad una finestra e la realtà sembra trasparente e fragile come quel vetro. Non basta lasciarsi chiamare mamma per essere tale, non basta amare, il nome più importante della storia, la prima parola che dona la vita nella pellicola Jack ha il sapore agrodolce dell’abbandono.

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