Storia di una ladra di libri: recensione film

STORIA DI UNA LADRA DI LIBRI, UNA STORIA D’AMORE E DI LIBERTÀ

storia di una ladra di libri locandinaGENERE: drammatico

DURATA: 129′

USCITA IN SALA: 27 Marzo 2014

VOTO: 3 su 5

Ogni cosa a questo mondo è viva, perché contiene il segreto della vita. Ma la differenza tra noi e le cose è la PAROLA. Queste pagine che io ti regalo sono bianche perché tu le possa scrivere“. Pagine bianche, il segreto della vita. Ogni bambina ha avuto un diario da piccola, un libro personale, intimo e confidenziale dove scrivere lettere che prendevano corpo componendo le parole della propria esistenza. Un libro è in questo senso la vita. Come il cinema, l’arte letteraria ha la capacità di portare fuori dalla quotidianità, di estraniare dalla fragile bolla di sapone in cui viviamo la nostra realtà per regalarci emozioni di personaggi che di volta in volta incontriamo, e che proviamo come se fossero nostre, lasciandoci qualcosa di loro una volta che la storia si è conclusa.

Storia di una ladra di libri è la storia di una bambina che per vivere un presente migliore si immergeva nella lettura, rubando letteralmente opere di cui non aveva la disponibilità, ma allo stesso tempo rubando anche in senso figurato la linfa vitale dei racconti per farli un po anche suoi. E’ proprio in questo che Liesel ha scoperto l’amore per i libri, nell’aver capito che l’unico modo per sognare e avventurarsi in altri mondi è leggere. Specialmente poi in tempi di guerra, quando la Germania in cui lei viveva era sotto la dittatura dello spietato Hitler che non solo ha portato il paese alla distruzione fisica, ma che vietava anche la diffusione della cultura. Grazie al suo coraggio e alla sua caparbietà, la giovane riuscirà a continuare a trascorrere un’esistenza degna nonostante la drammaticità di eventi che le si presenteranno sul cammino.

Il film di Brian Percival, tratto dal best-seller di Markus Zusak The Book Thief (Storia di una ladra di libri), non ha stessa vitalità del romanzo, perdendo per strada anche l’intrigante narrazione per voce della Morte che nel film fa capolino solo di quando in quando ma che nell’opera letteraria era un particolare chiave in quanto a originalità e fascino. Vero è che il regista preferisce puntare sull’importanza e sull’effetto delle immagini, offrendoci il punto di vista di una bambina dagli splendidi occhioni blu. La triste storia di Liesel non può che far creare empatia con lo spettatore, anche grazie alle eccezionali interpretazioni della piccola Sophie Nélisse e dei genitori cinematografici Geoffrey Rush e Emily Watson.

Ma proprio questa empatia è anche il maggior problema di un film: il target a cui si rivolge è infatti molto vasto, includendo anche i più giovani che sono forse i diretti interessati di un racconto storico-formativo. Non osa troppo nel raccontare e analizzare la tragicità degli eventi, ma li utilizza didascalicamente nel fornire uno sguardo totale sulla situazione di quegli anni di guerra, romanzando la storia con la vicenda di Liesel. Un’opera buona insomma, ma non un fiore all’occhiello di film tratti da libri.

 

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