Alla ricerca di Dory: recensione

LO SPIN-OFF DELLA PIXAR COMMUOVE, MA MANCA DI ORIGINALITÀ

dory-locandinaGENERE: animazione

DURATA: 97 minuti

USCITA IN SALA: 15 Settembre 2016

VOTO: 2,5 su 5

Dory vive felicemente sulla barriera corallina insieme a Nemo e Marlin a un anno dall’avventura che ha cambiato le loro vite. Quando si ricorda improvvisamente di avere una famiglia che forse la sta cercando, Dory parte insieme a ai suoi amici per una straordinaria avventura attraverso l’oceano che la condurrà fino al prestigioso Parco Oceanografico, in California, ossia un acquario che è anche un centro di riabilitazione. Per riuscire a trovare sua madre e suo padre, Dory chiederà aiuto ai tre “inquilini” più stravaganti del parco: Hank, un irascibile polpo che tenta continuamente la fuga; Bailey, un beluga convinto di avere un sonar difettoso; Destiny, uno squalo balena miope. Esplorando con destrezza le complesse regole del Parco Oceanografico, Dory e i suoi compagni di avventura scopriranno l’amicizia, il senso della famiglia e la magia che si cela nei loro difetti.

C’era una volta la Pixar. La casa di film d’animazione tra le più innovatrici e geniali dello scorso decennio, capace di realizzare cartoni capaci di raggiungere tanto i bambini quanto gli adulti, che sfornava un capolavoro ogni anno e dominava puntualmente la stagione dei premi. Poi sono arrivati i sequel (Cars 2), i prequel (Monster University), i film più deboli (Brave) e i colossali flop (Il viaggio di Arlo). Non è un caso che mentre la Pixar si è immersa in questa spirale discendente, la Disney, lanciatasi sul mercato dell’animazione in CGI nel 2010 (con Rapunzel), abbia iniziato a surclassare i vecchi amici/rivali (acquisiti già nel 2006) segnando un filotto di successi, di critica e pubblico; questo mentre l’unico film finalmente notevole e che ha fatto sperare in una rinascita dell’ormai ex-casa di Steve Jobs (quel gioiello indiscutibile di Inside Out) ha richiesto due anni per essere ultimato.

Sia chiaro, discorso, quello fatto finora, che vale solo sul piano della qualità, dato che Alla ricerca di Dory è ora il film d’animazione che, negli USA, ha guadagnato il più alto incasso di sempre al primo weekend. L’enorme successo del primo episodio ha giocato sicuramente a suo favore, rivelando la positiva scelta di marketing insita nell’operazione, ma questo non vuol dire che tale risultato sia per questo immeritato. In Dory ritorna (oltre ad Andrew Stanton, già regista del primo episodio) tutto ciò che c’era di buono, soprattutto a livello emotivo, in Nemo. Viene approfondita la forte e tragica storia della stramba e spassosa pesciolina, afflitta da perdita di memoria a breve termine, con la quale non si può che entrare in empatia sempre e comunque, specie se da “bambina” ce la raffigurano con dei giganteschi occhioni blu, atti a sciogliere il cuore di qualsiasi essere umano dotato di cuore. Era il 2003 quando conoscevamo per la prima volta questo fantastico personaggio, la Pixar era solo al suo quinto film, e Alla ricerca di Nemo finiva per consacrare definitivamente quest’ambiziosa casa di produzione, che aveva il coraggio di mostrare al centro della scena non una disabilità, ma bensì due (ossia quella della “pinna atrofica” del pesciolino protagonista).

Ma ciò che rendeva tanto straordinario Nemo era anche quel fantastico senso di avventura, quel padre timorato e ipocondriaco che percorreva l’intero oceano pur di salvare suo figlio; figlio che durante la sua assenza trovava la forza di superare la sua invalidità, pur di aiutare i suoi amici e tornare dalla sua famiglia. Ecco, sostituite “figlio” con “Dory” e avrete il senso dell’intero sequel. La sensazione, fastidiosa e ricorrente, che infatti accompagna tutta la visione di Finding Dory è proprio che sia già stato tutto fatto. Non basta la buona scrittura, perlomeno a livello di sicura e rodata linearità narrativa, specie se è scolastica e priva di reali guizzi; non bastano i simpatici e buffi personaggi a fare da spalla; non basta la metafora del “ricovero per pesci”che devono essere “riparati”, ma che alla fine riescono a superare i propri problemi; non basta, insomma, rendere più urlato ed eloquente il medesimo messaggio che già avevamo appreso e assorbito nel primo episodio, per fare un film arguto, brillante o quantomeno riuscito. Evidentemente, però, basta per fare soldi.

Alla ricerca di Dory diventa così Nemo privo però quella sottigliezza, quella raffinatezza, inserita magistralmente in un avvincente e fiabesco romanzo d’avventura. Per quanto sia presto per stabilire se Inside Out sia stato un segnale di rinascita o solo un mero exploit, di certo con Dory la Pixar non regala l’impressione di essersi rimessa granché in carreggiata, specie dopo Arlo. Nella sua ormai storia decennale, gli unici sequel davvero riusciti sono stati quelli di Toy Story, capaci puntualmente di aggiungere qualcosa di nuovo, mantenendo il giusto piglio impavido e intelligente. Indizio questo che non è il progetto del “sequel” in sé (scelta commerciale quanto si vuole, ma senza essere per forza un difetto) a rovinare in partenza la riuscita di un opera, quanto le idee che ci sono dietro e la volontà di non adagiarsi affatto sugli allori. Guarda caso, il prossimo film Pixar sarà proprio Toy Story 4 (prima di Cars 3 Gli Incredibili 2), che a questo punto ci dirà se uno degli studi cinematografici più rivoluzionari degli ultimi anni ha davvero scelto di voler “solo” accontentare il suo pubblico, accontentando allo stesso tempo anche se stesso.

 

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"Tutti i bambini crescono, tranne uno".