Il lustro mancante di venezia

EDIZIONE WORK IN PROGRESS E MOLTO SPERIMENTALISMO AL LIDO

Da troppo tempo non vedevamo un minimalismo di così forte impatto. Venezia, abbinato al 67, non è un numero da giocare al superenalotto, ma una commistione di stili e tendenze che corrispondono all’epoca cinematografica contemporanea. Giusta la direzione in cui l’Organizzazione si è voluta muovere, esaltando l’intimità, il low budget, l’idea che sta alla base di una narrazione spesso pensierosa e tendente alla pessimismo sono amplificate dallo scavo nell’animo dello sceneggiatore-uomo che ne coglie le sottili essenze. Sofia Coppola vince rivelando il suo lato femminile e disincantato, Vincent Gallo come attore muto in una controversa pellicola sulla fuga dal nemico, Ariane Labed in “Attemberg” tarda scopritrice del vizio fanno parte di un universo in cui il disincanto è la condizione fondante su cui si puntella il disagio della società. Ma non solo, il premio controcampo italiano gratifica il nostro sperimentalismo, “20 sigarette” di Aureliano Amadei (tra i cui finanziatori c’è Filas), pone ombre e psicosi di una guerra da poco finita, ma vissuta dal drammatico lato tricolore. Laicismo, umanità e umanesimo invece fanno da contrasto ad una vita priva di valori o dai valori tutti da riscoprire. A ciò si aggiunge il glamour da red carpet, quest’anno poco decantato, sono la perfetta locandina di questa manifestazione dedicata alla ricerca, il tentativo riuscito a tratti di dare una svolta alla settima annata della gestione Muller, che cominciava a mostrare la corda. Gli extra, il non scontato e il minimalismo sono state quindi le chiavi di un’edizione che aveva nell’aspirapolvere Tarantino la perfetta consacrazione di un cinema lontano dai riflettori e dallo scarso appeal commerciale, ma fortemente richiesto da critica e appassionati. Ora, la sentenza passa a Roma, che quatta quatta attende nell’ombra pronta a sviscerare tutti i lustrini che al Lido quest’anno hanno deciso di mettere da parte e puntare sulla qualità presunta. I tormentoni ippolitiani li lasciamo ad altri, considerato però che l’Industria ruota attorno al business generato dai mass media, puntare la fiche sullo status di festival indipendente potrebbe non pagare alla lunga.

A cura di Simone Bracci

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