Molto forte, incredibilmente vicino: recensione film

DALDRY RITORNA SUL GRANDE SCHERMO CON UNA STORIA DAVVERO EMOZIONANTE

molto forte incredibilmente vicino locandinaGENERE: drammatico

DURATA: 129

DATA DI USCITA: 23 Maggio 2012

VOTO: 4,5 su 5

Not stop looking”. È una semplice frase che si legge su un ritaglio di giornale il filo conduttore dell’ultimo film di Stephen Daldry (Billy Elliot, The hours, The Reader). La storia molti la conoscono, dato che è la trasposizione cinematografica del capolavoro letterario di Jonathan Safran Foer, Extremely Loud & Incredibly Close. Certamente non la copia del libro, ma grazie anche a Eric Roth che firma la sceneggiatura, si rimane soddisfatti.

Oskar Schell (Thomas Horn) è un bambino di 11 anni che non rinuncerebbe per niente al mondo alla sua quotidianità, personificata nella figura del padre e simboleggiata dai piccoli rompicapo che il genitore gli sottoponeva ogni giorno. Non ci rinuncerebbe mai, neanche se fosse obbligato a farlo. Cambio di scena: è l’11 settembre 2001 e il signor Schell (Tom Hanks) si trova al World Trade Center. In un istante tutto il mondo che Oskar si era costruito cade in frantumi, portandosi via con sé il suo punto di riferimento.

Il bambino cercherà invano una ragione al perché sia successo, e invano la madre (Sandra Bullock), la nonna (Zoe Caldwell) e il suo sconosciuto inquilino (Max Von Sydow) tenteranno di spiegargli che non tutto ha una giustificazione razionale. Milan Kundera, in Identità, spiega questo comportamento in poche parole: “ma il dolore non intende prestare ascolto alla ragione, perché il dolore ha una sua propria ragione che non è ragionevole”.

L’unica cosa che gli farà trovare la forza e la voglia di resistere è una chiave che scova nell’armadio del padre e che pensa sia uno degli enigmi che amava sottoporgli. Ancora una volta, quindi, una chiave è il rebus del film: quella chiave che tanto ci ha fatto sognare in Hugo Cabret, e che assume un significato, se vogliamo, analogo. Svelare che cosa apre la chiave, infatti, rappresenta l’obiettivo della vita, l’emblema del ricordo di un padre al quale il figlio vuole rimanere ancorato a tutti i costi.

Inizia così il suo viaggio alla ricerca della verità, che lo porterà ad affrontare le sue paure, come per esempio l’incomprensione del mondo reale dovuta alla difficoltà che ha nelle interazioni sociali; o l’incapacità di muoversi in altro modo che a piedi causata dall’ansia del pensiero possa esserci una bomba nei mezzi del trasporto pubblico; o ancora il timore dell’attraversare ponti lunghi come quello di Williamsburg per il sospetto di un  probabile crollo. La paura della morte.

Parliamo, quindi, di muri da scalare. Muri per la maggior parte determinati dalla sindrome di Asperger (malattia della quale si presume che Oskar sia affetto) e che il genitore tanto stava cercando di fargli buttare giù con la filosofia del “fidati di me, ci sono io qui con te”. Portare a termine l’indovinello della chiave equivale così al far vedere al padre che ce l’ha fatta, che ha imparato le sue lezioni di vita. Una sorta di riconoscenza e saluto, prima di combattere da solo la sua lotta alla sopravvivenza.

La carica emotiva del film è molto forte, d’altronde di argomenti strappalacrime ne ha molti. In primis “il giorno peggiore”, ovvero l’11 settembre 2001. Per la prima volta infatti, la tragedia americana viene vista dagli occhi di chi l’ha subita, ovvero quei tanti troppi bambini rimasti orfani, e quelle tante troppe famiglie dilaniate e distrutte per la perdita prematura e inaspettata di una persona cara. Anche la ricerca incessante e ossessionante della verità riguardo la chiave pesa sulla coscienza dello spettatore.

A rendere ancora più struggente la vicenda ci ha pensato il regista, che insieme al direttore della fotografia Chris Menges, ha deciso di toccare ancor di più l’animo del pubblico focalizzando la macchina da presa sui primi piani dei volti dei nostri protagonisti. Protagonisti, tra l’altro, straordinariamente interpretati. In particolare il giovanissimo esordiente Thomas Horn, le cui precedenti esperienze nel mondo dello spettacolo possono racchiudersi nella partecipazione al programma a quiz “Kids Jeopardy!”. Davvero impressionante.

 

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"Il cinema non è solo un'esperienza linguistica ma, proprio in quanto ricerca linguistica, è un'esperienza filosofica".
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