Broken city: recensione film

SCARICO E TEDIOSO, LO PSEUDO THRILLER DI ALLEN HUGHES CON MARK WAHLBERG ARRANCA DALL’INIZIO

GENERE: thriller

USCITA IN SALA: 7 febbraio 2013

Nostalgia non significa necessariamente ammirazione del passato. Nostalgia e citazionismo celano il rischio di proporre in toto un film talmente già visto da diventare tedioso sin dai primi istanti e così continuare per tutta la sua durata. Broken City vorrebbe essere un omaggio di qualità al cinema anni 80, in cui giustizia e giustizia privata andavano d’accordo,  diritti e doveri connessi e confusi e una città, spietata e letale, quale ente spirituale a cui dover fare conto.

I giuramenti tanto cari all’America di Hollywood oggi non contano più, sono sovvertiti da un istrionismo che valica le nazioni e, in questo contesto artistisco, un lavoro come quello di Allen Hughes puntellato sul binomio politica-malavita puzza di stantio dalla seconda scena (l’intro è interessante) e non c’è niente, ma proprio niente che alla fine non vada esattamente come calcolato da un attento osservatore. Uno dei pochi rimasti svegli.

Mark Wahlberg-Taggart è un ex poliziotto con un bello scheletro nell’armadio, divenuto detective privato, viene ingaggiato dal sindaco sornione Russell Crowe per indagare sul presunto adulterio della moglie, ad una settimana dalle elezioni. Avete già capito tutto no? Violenza sospirata e azione ridotta al lumicino, banale intreccio tra polizia e privato cittadino, con i soliti quesiti su chi sia al di sopra della tanto osannata legge. Poveri contro ricchi, una legge universale, specialmente a New York.

La grande Mela, comprimario ufficiale dell’opera, viene inquadrata in pellicola sgranata, quasi retrò, chiaro messaggio del tempo immobile per certi loschi affari, da immobiliaristi senza scrupolo a corrotti finanzieri, storie che s’intrecciano passando dalle case popolari del Benton Village ai vialoni di Manhattan, raccontati in maniera nettamente peggiore che da mille altri cineasti yankee.

Mancanza di ritmo, di verve e di inventiva affossanno anche un cast discreto, imprigionato nei clichè dei ruoli e relegando anche la minima sorpresa di redenzione ad uno scampolo finale, con poca gloria per tutta la produzione. L’operazione nostalgia parte dal manifesto e termina sui titoli di coda, la memoria, almeno quella, torna subito al presente e ci si dimentica in un lampo di quei bei anni 80. 

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