Loving Vincent: recensione

APPRODA PER SOLI TRE GIORNI AL CINEMA IL FILM CHE RACCONTA GLI ULTIMI GIORNI DI VAN GOGH DANDO VITA AI SUOI DIPINTI

Loving Vincent locandinaGENERE: animazione, biografico, giallo
DURATA: 94 minuti
USCITA IN SALA: 16 ottobre 2017
VOTO: 4 su 5

«Non possiamo che parlare con i nostri dipinti»: così scriveva Vincent van Gogh in una delle sue numerose lettere inviate all’amato fratello Théo. Un’affermazione con cui ogni artista può forse trovarsi d’accordo, ma che nel caso del celebre pittore olandese assurge a dogma incrollabile e a sunto di una vita fatta allo stesso tempo di miseria e grandezza.
Da qui sembrano partire Dorota Kobiela e Hugh Welchman, il duo di registi autore di Loving Vincent, atipica quanto affascinante operazione cinematografica che mescola in modo sapiente ed efficace l’arte visiva per eccellenza, la pittura, con quella in movimento del cinema. Un’opera che è in realtà tante opere insieme: la pellicola è infatti il frutto del lavoro di 125 artisti che hanno lavorato per anni dipingendo su tela scene tratte dai più famosi dipinti di van Gogh (Caffè di notte, Campo di grano con volo di corvi, Notte stellata ma anche ritratti e autoritratti), messi ora insieme per creare i diversi frame del lungometraggio animato. Ogni attore del cast, composto (tra gli altri) da Aidan Turner, Helen McCrory, Saoirse Ronan, Douglas Booth e Jerome Flynn, è divenuto un vero e proprio modello per questi artisti, costituendo di fatto la base da cui partire per dipingere, in ogni singolo fotogramma, i protagonisti della pellicola tratti dalle tele più note. Un film che sembra un’infinita quanto splendida successione di capolavori, un susseguirsi di scene e personaggi che tutti, anche i meno appassionati di storia dell’arte, non possono fare a meno di riconoscere.

La storia narrata da Loving Vincent si svolge circa un anno dopo il suicidio di van Gogh, nell’estate del 1891. Il giovane Armand Roulin riceve da suo padre, il postino Joseph Roulin, il compito di consegnare a mano a Parigi l’ultima lettera che il pittore olandese aveva scritto al fratello Théo prima di morire. Per nulla contento di questo incarico (che lo porta a doversi occupare delle cose di quel “pittore pazzo” che si è tagliato un orecchio), Armand inizia il suo viaggio che, da missione semplice quale poteva sembrare all’inizio, finisce per divenire un’azione investigativa vera e propria. Anche Théo infatti è morto (per sifilide si scoprirà poi) e i contorni che avvolgevano quello che allora sembrava essere un caso di suicidio diventano sempre più sfocati. Perché Vincent è morto? Davvero si è sparato allo stomaco mentre stava dipingendo? Armand si reca dunque nel tranquillo villaggio francese di Auvers-sur-Oise, a un’ora da Parigi, dal medico che si occupò di Vincent nelle sue ultime settimane di vita, il dottor Paul Gachet. Qui il giovane fa la conoscenza di diversi personaggi che hanno costituito, per un periodo che sembrava essere molto felice, la quotidianità di van Gogh fino ai suoi ultimi giorni: Adeline Ravoux, proprietaria della locanda dove alloggiava e dov’è morto l’artista, il barcaiolo del posto, la governante e la figlia del dottor Gachet. Tutti avevano avuto a che fare, per un motivo o per un altro, con Vincent van Gogh, e tutti hanno una loro opinione di questo strampalato pittore. Armand scava così negli ultimi giorni di Vincent, cercando di capire il perché della sua morte ma arrivando in questo modo a scoprirne – almeno in parte – la vita.

Un’esistenza per nulla fortunata e semplice, come apprenderà il giovane, fatta di continui espedienti per poter continuare a dipingere quadri (circa 900 in soli 10 anni di attività) che quasi nessuno comprese all’epoca, ma che oggi costituiscono uno dei patrimoni artistici di maggior valore di sempre. Una difficoltà esistenziale ed emotiva che trova un corrispettivo visivo nel preziosissimo lascito di questo geniale pittore. «Voglio che la gente dica delle mie opere: sente profondamente e sente con tenerezza» scriveva van Gogh.

Kobiela e Welchman sembrano tentare, con questa loro pellicola, di realizzare questo suo desiderio: facendo parlare i dipinti, appunto, dando modo allo spettatore di immergersi prima di tutto nella meravigliosa complessità dei suoi quadri e portandolo a desiderare di farne parte, quasi a voler squarciare il telo della sala per poter correre anch’egli tra le spighe di grano o per potersi sdraiare all’ombra sulle rive del fiume.

Loving Vincent è l’operazione visiva per eccellenza, il commosso tributo a uno degli artisti più rappresentativi (e rappresentati) del nostro patrimonio culturale. Con uno stile che mescola atmosfere da film giallo con un intento biografico mai asfissiante, Kobiela e Welchman firmano un’opera che non approfondisce di certo la complessità del pensiero artistico di van Gogh (non ce n’erano le intenzioni d’altronde), ma che finisce per essere una festa per gli occhi e un irresistibile invito a godere delle meraviglie create da questa mente geniale e sensibile.

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