Fermoimmagine: la ribellione di Nicholas Ray

NICHOLAS RAY, LA SUA GIOVENTÙ BRUCIATA E MOLTO ALTRO

Uno dei pilastri ideologici nell’America degli anni Cinquanta era l’incrollabile felicità della sua classe media. Conquistata grazie al duro lavoro, celebrata dal moralismo capitalista e ostentata da ogni famiglia con l’acquisto di elettrodomestici d’ultimo modello, la realizzazione borghese veniva considerata raggiungibile proprio per l’immagine ben definita che dava di sé, pubblicizzata dai media con ritmo martellante per tutta la nazione.

Per difendere e conservare questa nuova sicurezza, l’America non solo si chiuse in un rigido isolamento nei confronti del resto del mondo, ma iniziò anche un’interna “caccia alle streghe” per liberare definitivamente il paese dal pericolo rosso. Uno dei settori colpiti più duramente dalla novella Inquisizione fu proprio quello hollywoodiano, considerato un possibile focolaio di propaganda comunista sotto mentite spoglie.

È in un contesto simile che si inserisce il lavoro del regista Nicholas Ray. Dotato di un’abilità innata per la composizione dell’inquadratura, Ray aveva coltivato questo talento in gioventù attraverso la passione per la fotografia, ma soprattutto grazie agli studi di architettura con Frank Lloyd Wright.

Nel 1947 dirige il suo primo film, La donna del bandito, dopo averne curato personalmente l’adattamento dal romanzo e la sceneggiatura. Il suo profondo amore per la storia convince la produzione ad affidargli la regia, nonostante non avesse ancora nessuna esperienza in campo cinematografico. Durante la sua brillante carriera a Hollywood, Ray non avrà mai più un controllo creativo così assoluto come per il suo esordio.

Il risultato incarna tutti i principi fondamentali della sua visione artistica, oltre a racchiudere già molte premesse dei suoi progetti futuri. Ray rivoluziona un genere minore come il film noir sino a trasformarlo in una toccante storia d’amore e inventa di fatto il prototipo della “coppia in fuga” che Gangster Story renderà celebre vent’anni dopo.

Il protagonista è il primo di quelli che saranno definiti “perdenti rayniani”. Un emarginato, un ragazzo sensibile, ma incapace di ottenere il rispetto della società e di sfuggire al proprio destino. La donna del bandito vanta anche un altro primato, a riprova dell’innovativa creatività di Ray dal punto di vista tecnico: è infatti il primo film a contenere una sequenza aerea ripresa da un elicottero.

Con gli anni Cinquanta Ray approda a un genere perfetto per rappresentare le contraddizioni e le fratture della società americana, che gli permetterà di mettere in scena il suo film più famoso, Gioventù Bruciata. Nelle sue mani un soggetto da melodramma familiare diventa infatti una tragedia greca contemporanea, pregna di temi sociali mostrati attraverso un’ottica rivoluzionaria. Il punto di vista predominante è quello di Jim, il ruolo che consacrò James Dean a icona del cinema: uno sguardo puro e disperato che la generazione figlia del benessere getta sulla precedente, dalla quale cerca di distaccarsi tra ribellione e impotenza.

Nel realizzare il film Ray sfrutta al meglio i due strumenti più spettacolari che Hollywood potesse offrirgli: il cinemascope e il colore. Di conseguenza quasi ogni aspetto della pellicola acquista un valore simbolico. Gli ambienti, gli effetti visivi e i costumi riflettono e intensificano le interpretazioni dei protagonisti, dando vita a sequenze indimenticabili come quella nel planetarium o della famigerata “corsa del coniglio”.

Per ironia della sorte, il finale riconciliatore imposto dalla produzione fa di Gioventù Bruciata uno dei film meno ribelli di Nicholas Ray, ma, nella memoria del regista, resterà comunque il suo lavoro migliore. «Gioventù bruciata è il film che mi ha più completamente soddisfatto. E penso che rimarrà valido per molti anni ancora, sia come testimonianza sia come spettacolo».

 

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