Joy: recensione film

JENNIFER LAWRENCE TORNA A RECITARE PER DAVID O. RUSSELL NEL RUOLO DELLA DONNA CHE INVENTÒ IL MOCIO MIRACLE MOP

joy locandinaGENERE: biografico
DURATA: 124 minuti
USCITA IN SALA: giovedì 28 gennaio
VOTO: 3 su 5

La vita di Joy Mangano sembra essere arrivata al limite: stritolata tra un lavoro dagli orari inumani e una famiglia che sembra avere come unico scopo il succhiarle via le energie, la giovane donna deve far fronte a molteplici problemi, primo fra tutti quello di gestire la complicata economia domestica. Stimolata sin da piccola dall’affettuosa nonna a credere nelle proprie idee, Joy decide, dopo aver quasi toccato il fondo, di impegnare tutte le sue forze, nonostante le numerose difficoltà, nella realizzazione di un improvviso lampo di genio: una particolare scopa per facilitare le donne nella pulizia dei pavimenti, scopa che sarà conosciuta in tutto il mondo con il nome di Miracle Mop.

David O. Russell sceglie di portare sul grande schermo la vicenda dell’inventrice Joy Mangano con Joy, pellicola che può contare su una triade attoriale già usata dal regista: quella composta da Jennifer Lawrence, Bradley Cooper e Robert De Niro, presenti nel fortunato Il lato positivo.

Quest’ultimo film del cineasta statunitense poggia le sue basi su una storia fortemente rappresentativa del Credo americano: quella di una persona che si è fatta da sé, che ha saputo sfruttare appieno le proprie potenzialità per raggiungere così il benessere economico (mostrandosi, dunque, di successo) ed essere di sostegno per l’intera famiglia. Russell rende Joy un’icona del suo tempo, latrice di un insegnamento già universalmente riconosciuto e la protagonista perfetta di una vicenda dal sapore fiabesco.

Il regista sceglie infatti di filtrare la storia di questo genio incompreso attraverso un’ottica da fiaba, percepibile già dalla decisione di affidare alla nonna il ruolo di narratore onnisciente: appare subito chiaro (grazie anche a diversi flashback) come fine del film sia quello di elevare la figura di Joy al valore di eroina, personaggio dotato di capacità fuori dal comune che riesce a portare a termine la propria missione superando umiliazioni, prove e ostacoli.

Ostacoli che, in parte, sono costituiti proprio da chi dev’essere salvato, ossia la famiglia, che qui opera infatti nella doppia veste di figura di sostegno e di intralcio. Una famiglia a cui viene affidato anche il compito di “colorare” un po’ la vicenda poiché composta da parenti bislacchi legati tra loro da rapporti inusuali e da una tragicomica convivenza forzata.

Su tutto, però, regna Joy, leader della propria casa e perno fondamentale della pellicola. È su Jennifer Lawrence (“fidanzata d’America” più che mai), infatti, che Russell punta la propria macchina da presa, creando situazioni e scene che evidenzino come motore di ogni cosa sia questo personaggio, preso a modello per poter omaggiare (come esplicitato all’inizio del film da una didascalia) tutte quelle donne straordinarie che hanno saputo fare della propria forza una luce guida per gli altri.

Joy è dunque posta al centro, sì, e riesce a emergere soprattutto grazie a chi le sta intorno: che sia il padre egoista, la sorellastra invidiosa o la mamma impotente, è l’antitesi tra questi e il suo ruolo che le dona davvero l’aura da eroina di fiaba.

E forse è proprio nell’eccessiva demarcazione di un territorio fiabesco che sta il limite di Joy: Russell sembra puntare troppo sui cromatismi di una favola per bambini, optando per una regia lineare che privilegi la storia in sé e non sfruttando appieno le capacità dei suoi ottimi attori, ingabbiati in caratteri precostituiti a cui si nega ogni possibilità di evoluzione.

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