WAX – We Are The X: recensione

IL ROAD MOVIE INDIE ITALIANO GIRATO IN SOGGETTIVA

posterGENERE: road movie, avventura

DURATA: 103 minuti

USCITA IN SALA: 31 Marzo 2016

VOTO: 3,5 su 5

Con l’evoluzione tecnologica anche il linguaggio del cinema, storicamente, ha dimostrato più volte di sapersi adeguare, e insieme a questi lo stesso riscontro degli spettatori, ormai smaliziatisi davanti ai virtuosismi più estremi, anche se non sempre di pari passo. Nel 1947, il regista inglese Robert Montgomery girava Una donna nel lago, quasi interamente in soggettiva, ma facendo perlopiù fiasco al botteghino, davanti a un pubblico, per l’appunto, non ancora “pronto”. Con l’avvento di Orson Welles e di quello che sarebbe poi stato chiamato “cinema moderno”, il susseguirsi di avanguardie europee ha piano piano permesso ai filmakers di poter rompere barriere e schemi fissi di uso comune. Ed è così che arriviamo all’età contemporanea, dove film come Blair Witch Project e, successivamente, Cloverfield sono diventati dei veri e propri cult.

Ma il progredire della tecnologia non sembra affatto volersi fermare, e più passa il tempo più arrivano sul mercato ritrovati che permettono di avere un’immagine di qualità sempre maggiore e soprattutto di accessibilità ogni volta più ampia. Nella nostra rubrica dell’indipendente abbiamo parlato di Zero Bagget di Michele Coppini, girato tutto con uno smartphone. Nacho Vigalondo, ancora prima, col suo Open Windows (con Elijah Wood protagonista) estremizzava ulteriormente la pratica, mettendo in piedi un thriller (comunque brillantissimo) realizzato con ogni possibile sistema di ripresa video, dalla webcam alle immagini satellitari. WAX: We Are The X, di fresca uscita in sala, ha invece ancora un’altra caratteristica: un “self(ie)-movie”, come vuole definirsi, che però prima di essere un film sperimentale e a basso budget è, innanzitutto, un racconto generazionale, di quelli che il nostro paese ha atteso inutilmente a lungo negli ultimi anni, almeno fino ad oggi.

Se siete nati dopo il 1970 e la Società non si è ancora accorta di Voi, questo film è la vostra vendetta!”. Due giovani italiani e una ragazza francese vengono inviati a Monte Carlo per le riprese di uno spot. Hanno a disposizione una settimana per portare a termine l’incarico. Il viaggio diventa presto un’avventura rocambolesca attraverso il sud della Francia e la Costa Azzurra: saranno messi a dura prova da incontri ed eventi che vanno oltre il loro controllo. L’intensa relazione a tre che nasce fra i ragazzi si offre come simbolo del confronto tra trentenni europei, uniti da un’esistenza da Sacrificabili e in cerca del riscatto per un’intera generazione.

Il trio protagonista, formato dal duo maschile italiano Japoco Maria Bicocchi/Davide Paganini e dall’avvenente francese Gwendolyn Gourvenec, rispecchia lo stile del più classico dei ménage à trois su grande schermo, fonte d’ispirazione dichiarata dello stesso regista. Parliamo della pesante eredità degli storici “triangoli” che fan fatto la fortuna di Jules e Jim di Truffaut, di The Dreamers di Bertolucci e di Y Tu Mamà También di Cuaròn, ben accolta dal giovane cast, che si distingue per la difficoltà “tecnica” di dover recitare davanti ad un obiettivo (senza quindi doverlo tradizionalmente ignorare), riuscendo piuttosto efficacemente nell’impresa di non tradire mai la finzione scenica. Accanto a loro, la straordinaria partecipazione di Rutger Hauer, che nella lavorazione del film non ha rappresentato solo una presenza prestigiosa e d’acchito per il pubblico, ma come rivelato dagli stessi realizzatori, ha creduto subito nella pellicola, una volta visionata, rimanendone entusiasta.

Va subito detto che quest’opera prima, firmata dal regista nonché autore dello script Lorenzo Corvino, non è priva di difetti, specialmente a livello di sceneggiatura. Troppo spesso si cade nel retorico, proprio per questa sua volontà di voler inquadrare una generazione allo sbando e priva di riferimenti sociali, e in qualche scelta eccessivamente ingenua nello sviluppo della trama nonché negli stessi dialoghi. Come ci si può invece aspettare i pregi sono, per la maggior parte, tutti nell’aspetto tecnico, significativo non solo dell’intento sperimentale ma di un amore misto a incondizionato rispetto per il cinema da parte del suo autore, come testimonia l’inquadratura di un treno che arriva in stazione molto simile a quella storica e “primitiva” dei fratelli Lumière, quasi a riassumere tutta l’evoluzione secolare della loro invenzione.

Eppure anche l’intento “sociale” non è da bocciare totalmente, più che altro per il suo risvolto positivo e colmo di speranza che si percepisce solo nel finale, portando il film, che in teoria parte su basi decisamente più negative e pessimistiche, viaggiare “basso”, senza risultare affatto pretenzioso, uniformandosi invece al più semplice racconto di formazione “on the road” d’avventura e, quindi, d’intrattenimento. Il lavoro certosino di Corvino non riguarda così solo la prestazione dietro la “macchina da presa”, ma anche nella ricerca dei fondi (la pellicola è prodotta dalla neo-nata, per l’occasione, Vengance e distribuito da, per l’appunto, Distribuzione Indipendente), che fa di WAX: We Are The X il simbolo di un indie che funziona e sta crescendo sempre di più. E se in un paese come il nostro, pur con i soliti problemi, ci si trova davanti ad un prodotto caratterizzato dalla volontà di innovazione e soprattutto di raccontare una storia, la “nostra” storia, vuol dire che siamo sulla strada giusta.

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