Sole, cuore, amore: recensione

DANIELE VICARI PORTA ALLA FESTA DEL CINEMA DI ROMA LA PRECARIETÀ DI OGGI ATTRAVERSO LA STORIA DI DUE DONNE INTERPRETATE DA ISABELLA RAGONESE ED EVA GRIECO

sole-cuore-amore-2GENERE: drammatico
DURATA: 113 minuti
VOTO: 2,5 su 5

Un viaggio di due ore ogni mattina per arrivare al bar dove lavora, una giornata passata a sorridere con entusiasmo ai clienti e un ritorno di altre due ore per arrivare a casa, dal marito e dai quattro figli che vede per pochi minuti prima di andare a letto: è questa la sfiancante quotidianità di Eli, giovane mamma innamorata della sua famiglia e disposta ad annientarsi al fine di sostenerla. Nel suo stesso palazzo, al piano di sotto, abita Vale, ballerina performer che, pur vivendo una temporalità antitetica rispetto a quella della sua vicina (quando Eli torna a casa lei va invece a lavoro), condivide la stessa fragilità, la stessa instabilità e la stessa incertezza nell’affrontare un futuro dai contorni oscuri.

Daniele Vicari racconta il dramma attuale della precarietà attraverso due storie di donne, protagoniste del suo Sole, cuore, amore, approdato all’XI edizione della Festa del Cinema di Roma. Il regista di Diaz denuncia con lucidità la follia della società odierna, dove abbiamo definitivamente cessato di lavorare per vivere condannandoci irrimediabilmente a vivere per lavorare. Una metamorfosi che si abbatte sui più deboli senza possibilità di appello, gettandoli in pasto a un meccanismo economico che li stritola lentamente insieme alle loro vite, ai loro affetti e ai loro sogni.

Vicari esplora questo universo letale attraverso le esistenze delle sue protagoniste ponendo le loro esperienze su binari paralleli, non trattandoli però in egual misura: il regista riserva una maggiore attenzione alla dimensione di Eli – una Isabella Ragonese di posticcia romanità – finendo per sbilanciare il tutto. Il parallelismo, infatti, risulta appena accennato e a tratti ingiustificato, aprendo a degli scenari e a dei risvolti che vengono poi lasciati in sospeso.

Ciò che sembra mancare all’opera di Vicari è la capacità di mettere correttamente a fuoco la questione da lui affrontata con tanta dedizione e impegno civile: ponendo di fronte la macchina da presa la vita di una ben specifica classe sociale (quella che si imbarca per traversate di ore sui mezzi pubblici e che dimora in palazzine della periferia più estrema), il regista non riesce ad afferrarne il nucleo più intimo, l’anima più vera, ingabbiandoli in una rappresentazione che pecca a volte di poca credibilità.

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"Mi piace l'odore del napalm al mattino".