Venezia 70 – James Franco: incontro con il regista per il suo Child od God

IL DIVO AMERICANO SBARCA AL LIDO CON IL SECONDO CAPITOLO DELLA SUA TRILOGIA

james francoLo abbiamo conosciuto come attore, James Franco, ma da quel lontano 1997, di strada ne ha fatta nel mondo del cinema. La sua è una vera passione per la settima arte, attraverso la quale comunica con il pubblico per farsi capire. Da attore, è passato anche a produttore, sceneggiatore, e regista. E’ uno stacanovista che non si stanca mai di pensare e mettere in scena le sue idee, non solo grazie all’industry hollywoodiana, ma anche coinvolgendo i suoi fan attraverso campagne di crowdfunding, com sta facendo per la produzione della sua prossima trilogia su Palo Alto, la sua città natia. Lo abbiamo incontrato ieri in quel del Lido di Venezia, per parlare del suo film in concorso, Child of God. Ad accompagnarlo, anche l’attore protagonista Scott Haze.

Vuole iniziare con il dire qualcosa spontaneamente?

James Franco: volevo iniziare con il sottolineare positivamente la performance incredibile che ci ha regalato Scott. Sinceramente, avevp la possibilità di coinvolgere chiunque, anche un pezzo grosso di Hollyood, ma ho capito che Scott era perfetto per il ruolo.

Che cosa lo ha colpito della storia di Child of God, adattamento dell’omonimo libro di McCharty?

Franco: mi spettavo questa domanda, quindi l’ho rivolta all’autore stesso. Gli ho chiesto: “Cormac, perchè hai scritto questo libro?“. Lui però non ha risposto. Per me è solo la storia di un personaggio estremo che vive situazioni al limite dell’inviviblità. Allontanato dalla società cerca un modo per entrare in contatto con le persone. Non è solo un assassino, ma anche un disadattato, che vive come può. Lo trovavo un personaggio inedito e davvero interessante.

Lester, il protagonista, accenna anche dello humor. Che idea ti sei fatto del tuo personaggio?

Scott Haze: quando ho letto lo script ho cercato di trovare una sintonia con lui, trovando anche questo elemento umoristico. Ho scelto però di puntare sulla compassione. Il lavoro di preparazione è stato lungo, ed insieme alla mia ragazza abbiamo lavorato sui lati del mio carattere che mi potessere tornare utili. L’ho sempre immaginato come un uomo isolato dal mondo, non come un maniaco.

Franco: Scott si è addirittura isolato per mesi in una capanna nel Tennessee prima delle riprese per entrare meglio nel ruolo. Anche sul set era strano, in disparte. Questo ha aiutato molto nella costruzione del personaggio.

Come fa a portare avanti il lavoro da attore e regista simultaneamente?

Franco: Non è difficile. Credo che sia il regista sia l’attore abbiamo un ruolo similare nella costruzione di una storia. L’unica differenza è che il regista forse ha più responsabilità.

Nel film emerge anche una visione distorta della società che circonda il protagonista. Come mai questa decisione?

Franco: Cormac, nello scrivere il libro, si è ispirato alla vicenda di Ed Gein, lo stesso serial killer che sta alla base di Norman Bates e di Non aprite quella porta. Dopo la cattura di Gein, gli stessi suoi concittadini hanno creato una specie di spettacolo locale su di lui, come ad omaggiare la sua storia. Non dico che anche loro fossero criminali, ma è normale che anche la società abbia un peso sulle azioni degli uomini. Nel film anche Lester è circondato da una violenza invisibile, spesso nascosta dalla scusa della Legge. Lui è solo il caso più eclatante di quel contesto.

Di recente, abbiamo assistito alla notizia di molti film tratti da libri. Crede che ci sia carenza di idee per storie originali?


Franco:
Non credo perchè ci sono molti grandi autori che inventano storie. Poi dobbiamo anche ragionare su cosa voglia dire di nuovo. Personalmente amo lavorare sui miei libri preferiti perchè mi permette di confrontarmi con grandi autori e di non accontentarmi mai. Ad esempio, con Child of God, avevo la responsabilità di dare giustizia al lavoro di Cormac. Non potevo deluderlo.

Come mai la tua scelta di fare un cameo?

Franco: Non volevo distogliere l’attenzione dal film. Era solo che c’era quel piccolo ruolo da coprire ed io ero li disponibile a farlo.

Com’è lavorare con James Franco nelle vesti di regista?

Haze: Ho lavorato con molti registi, di solito intrusivi e maniaci del controllo. James invece sa bene quello che serve ad un attore e mi è stato d’aiuto. Mi ha lasciato molta libertà e mi ha ascoltato molto quando eravamo alla ricerca della giusta interpretazione. Lavorare con lui è stato un onore.

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"Il cinema non è solo un'esperienza linguistica ma, proprio in quanto ricerca linguistica, è un'esperienza filosofica".
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