La pazza della porta accanto: recensione film

LA PAZZA DELLA PORTA ACCANTO, IL POETICO RITRATTO DI ALDA MERINI

LA PAZZA DELLA PORTA ACCANTO LOCANDINA FILMGENERE: documentario

DURATA: 51′

USCITA IN SALA: 17 e 18 Novembre 2014

VOTO: 4 su 5

Ma io sono una donna molto facile, molto alla mano.. Han fatto una costruzione enorme su di me. Infondo io sono proprio la pazza della porta accanto“. Questo uno dei primi versi che aprono il documentario La pazza della porta accanto: conversazione con Alda Merini, il racconto in prosa sulla poetessa milanese, anima affascinante quanto inquieta. Senza alcun dettaglio su chi lei sia e sulla sua vita personale, il documentario di Antonietta De Lillo si apre con le parole di Alda Merini stessa, narratrice e protagonista per tutta la durata del documentario.

Come un’attrice che sale sul palcoscenico per recitare un monologo, così la Merini racconta se stessa all’obiettivo della macchina da presa, che spesso si focalizza sui particolari del suo corpo: come i primi piani sul suo sguardo, quasi a voler seguire scrupolosamente ciò che lei dice in prima persona: “i miei occhi quante cose orrende hanno visto. Dovrei essere di una bruttezza incredibile, perché pare che l’occhio rimandi sulla persona la visione di quello che ha visto” e sulle mani, sullo smalto consumato nei giorni, metafora del tempo che scorre inesorabile e della vita che sfugge perché “dovremmo averne dappertutto, di occhi, per capire meglio quel che osserviamo e sentiamo e non riusciamo a vedere e a patire“.

Senza alcuna domanda della sua intervistatrice, La pazza della porta accanto è il flusso di coscienza di una donna che si esprime man mano che il documentario scorre su tutte le sfumature della vita, dall’amore alla religione, dalla politica al sesso, dalla maternità ai valori della nuova società, fino al dolore. Un dolore che lei ha vissuto sulla propria pelle e di cui porta i segni nell’anima, quelle ferite mai chiuse che le fanno scendere le lacrime al solo approcciare al ricordo: il periodo del manicomio, la follia di sette anni di internamento per volere del marito Ettore Pini quando poteva essere curata in un altro modo, vedendo coscientemente di tutto li dentro.

Un dialogo sui massimi sistemi della vita intervallato dalla presenza di una Milano che con le sue vie navigate, con i suoi colori urbani, con la sua aria da città e il suo carattere nordico sono parte integrante di quel che la donna era. Lei era l’artista del concreto, il verso nasceva sulla sua stessa pelle e dalle sue stesse sensazioni.  La vita stessa di Alda Merini è un elogio all’arte del vivere non sopravvivendo ma a pieni polmoni, uno schiaffo in faccia a quelli che della sofferenza ne fanno un colpo mortale. “Non sempre si riesce ad essere eterni“, volente o nolente lei lo è.

 

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