Big Eyes: Recensione Film

TIM BURTON TORNA DIETRO LA MACCHINA DA PRESA PER RACCONTARE GLI “OCCHIONI” DELLA FRODE ARTISTICA PIU’ GRANDE D’AMERICA

big_eyes_uk_italia_dataGENERE: Drammatico, biografico

DURATA: 104’

DATA DI USCITA: 1 Gennaio 2015

VOTO: 3 su 5

Walter Keane (un sempre più congeniale Christoph Waltz) è il pittore che a cavallo tra gli anni ’50 e ’60 esplose con un successo inaspettato. Provocatori di tale inatteso successo sono i grandi occhi dei bambini ritratti nei suoi quadri. Bambini di una particolare dolcezza, spesso rappresentati con un docile animale da compagnia. Quello che viene nascosto al pubblico americano, eccitato e còlto da improvvisa mania per i “Big Eyes”, è che l’instancabile creatrice di queste opere è la sua consorte: Margaret Keane (una sempre più convincente Amy Adams), artista “nascosta”, fin troppo relegata al ruolo di tipica casalinga anni ’50 e vittima, così, del marito. Il lento e continuo plagio di Walter nei confronti di Margaret era perpetrato al fine di raggiungere una sicurezza economica importante, quindi, anche per questo, mai ostacolato dalla giovane donna. Una protagonista dalla celata forza interiore, grazie alla quale riuscirà poi a riconquistare l’enorme patrimonio artistico che in tanti anni aveva silenziosamente creato.

In molti erano in attesa del ritorno di uno dei registi più iconici e riconoscibili della storia del cinema. Dopo lo scialbo Dark Shadows e l’animato Frankenweenie, Tim burton è di nuovo al cinema con Big Eyes, racconto di una storia vera: il silenzioso dramma che ha vissuto Margaret Keane, derubata della proprietà intellettuale e artistica dei suoi dipinti da parte del secondo marito. Una storia importante raccontata oggi e avvenuta più di cinquanta anni fa, che affronta indirettamente la condizione femminile negli anni ’50.
Big Eyes è un progetto che, nonostante i suoi 10 milioni di dollari, nella sfarzosa Hollywood è da considerarsi a basso budget. Progetto nato dalla creatività di due amanti dei biopic, Scott Alexander e Larry Karaszewski, già autori di altri due film biografici: Man on the Moon e Ed Wood, quest’ultimo prodotto sotto la regia di Tim Burton.
Il film possiede al suo interno più temi come l’innovazione nella vendita dell’arte creata dallo stesso Walter Keane, che portò le stampe dei “suoi” quadri addirittura nei supermercati; o come la nascita del sentimento di ribellione incarnato dalla protagonista, sentimento propedeutico all’emancipazione femminile nella società, fenomeno scoppiato tra gli anni ‘50 e ’60.

Tra le peculiarità più lodevoli di tutto il film, vi è senza dubbio l’interpretazione dei due protagonisti. Christoph Waltz riesce con grande naturalezza a rendere simpatico un personaggio infimo, doppiogiochista seducendo e ingannando così anche lo spettatore. La protagonista Amy Adams, si fa interprete di un ruolo non facile, e porta sullo schermo la forza sopita e la sopportazione della frustrazione di un’artista, dando prova di una grande credibilità. Ciò che più soddisfa di tutta l’opera è la scrittura coinvolgente che racchiude al suo interno un misto di humor leggero e di forza drammatica, un cambio di registro perfettamente sostenuto dal suo protagonista Waltz, patologico imbroglione, e dalla sua attrice principale Amy Adams, personificazione di un’artista, a sua volta simbolo di cambiamento sociologico.

Big Eyes è certamente un buon film, con un ottimo cast e una scrittura fluida e mai noiosa, ma per chi si aspetta un film in pieno stile Burtoniano può anche smettere di aspettare, perché lo stile surreale e originale del regista è poco presente, quasi dimesso, e si esprime con una certa ridondanza. Un film in cui l’impronta tipicamente Burtoniana è leggera, rintracciabile solo in poche scene dalla fotografia patinata del suo collaboratore di lunga data, il direttore della fotografia Bruno Delbonnel (Il favoloso Mondo di Amélie, A proposito di Davis). Del resto la non invadenza di uno stile poco realistico e molto fiabesco è comprensibile quando si parla di una storia realmente accaduta. Tuttavia quella nota surreale che si percepisce non è all’altezza del regista stesso. E deludente si mostra anche la fotografia che, come già detto, in alcuni momenti si mostra un po’ troppo patinata e priva di attrazione.

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