Spencer: recensione

KRISTEN STEWART È LA PRINCIPESSA DIANA IN SPENCER DI PABLO LARRAIN, PRESENTATO IN ANTEPRIMA IN CONCORSO AL FESTIVAL DI VENEZIA.

spencer GENERE: biografico, drammatico

DURATA: 111 minuti

DATA D’USCITA: N/D

VOTO: 3/5

Le ultime pellicole dirette da Pablo Larrain hanno al centro una figura femminile tragica ed è questo il caso di Spencer, il suo nuovo biopic incentrato sulla principessa Diana che ha il volto dell’attrice americana Kristen Stewart.

Presentato in concorso al 78esimo Festival di Venezia, il film segue la storia di Diana in un arco temporale di tre giorni nel 1991 quando, mentre si trovava con la famiglia reale nella residenza di Sandringham, nel Norfolk,  per trascorrere le festività natalizie maturò la decisione di lasciare il principe Carlo (qui interpretato da Jack Farthing).

Lo stesso regista ha definito Spencer la storia di una principessa che decide di non diventare regina, preferendo ricostruire la propria identità in maniera autonoma. Tale rinascita passa attraverso diverse scene drammatiche che fin dal principio ci mostrano una Diana imprigionata nelle maglie della famiglia reale, preoccupata per la sua imprevedibilità, la sua avversione alle regole (esemplare la scena in cui non indossa l’abito che era stato scelto per lei per un evento) e i suoi disturbi alimentari.

Tra un’abbuffata e una crisi di nervi, Larrain riesce a rendere molto bene il senso d’isolamento e quell’alone di pazzia che aleggiano su di lei, che sfociano anche in una serie di allucinazioni su Anna Bolena. “Nei prossimi giorni se il mio comportamento dovesse diventare troppo strano, dimmelo. Ci crederò soltanto se me lo dirai tu”, mormora una sera al figlio maggiore William.

Ed è proprio nelle scene con i due figli che Kristen Stewart dà il meglio di sé, facendo sue al contempo l’affettuosità e la fragilità del personaggio che è chiamata a interpretare. Naturalezza che purtroppo si perde per buona parte del film, dove la sua recitazione risulta quasi forzata come se volesse sembrare troppo simile a Diana più che darne un’interpretazione sincera. L’intero film sembra costruito come una prova attoriale per lei e ciò fa venire meno l’empatia di chi la sta guardando, spettatore apatico di una storia di cui si conosce già il finale.

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